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Bergamo in Comune | Luglio 23, 2024

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DOLLARO, NATO, CINA-RUSSIA, EUROPA ED UCRAINA

DOLLARO, NATO, CINA-RUSSIA, EUROPA ED UCRAINA

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Ventisettesima parte – Alcune considerazioni su Credit Suisse e sugli eventi che questa crisi rende visibili.

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Come al solito, ogni volta che una “crisi sistemica” colpisce il sistema bancario occidentale la preoccupazione prima del sistema mediatico è quella di tranquillizzare.

Tale “tranquillizzazione” avviene secondo una sequenza stereotipa che può essere riassunta nelle seguenti attività standard: minimizzazione del problema; singola cattiva gestione che ha perfidamente tratto in inganno anche le sapienti Agenzie di “Rating” (*); intervento delle ancor più sapienti Autorità Bancarie; saggezza e potenza del loro intervento; il sistema è solido; ridicolizzazione e aggressività esagerate verso chi si permette di sollevare dubbi; tutto va bene, madama la marches… Oops! … signori plebei, però tutti voi ora avete altri debiti che dovranno essere ripagati; quindi, se volete mantenere la democrazia ed il tenore di vita che essa garantisce: sacrifici; chi non è d’accordo è un nemico della democrazia.

O no?

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Le analisi serie degli avvenimenti in atto, delle loro cause e delle loro conseguenze sono poche e difficili da trovare, si trova solo tanta propaganda.

Per cui vediamo di rimediare a questa situazione andando, come al solito, a leggere cosa dice la stampa internazionale su questi eventi e cominciamo, sempre come al solito, a vedere cosa si dice nella seconda superpotenza attuale.

Il Quotidiano del Popolo di Pechino dedica un articolo alle cause della crisi del Credit Suisse, articolo che a prima vista sembra esserne estraneo e riguardare altro, ma poi, osservando bene gli eventi, si constata che ne è la descrizione di una delle cause principali.

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(*) A ogni crisi si ripete lo strano meccanismo che vede le Agenzie di Rating dare una valutazione ottima a certe banche, fino al giorno in cui improvvisamente si accorgono (o sono costrette ad accorgersi) di aver sbagliato tutto.

È un “mistero” come, nonostante questi “piccoli incidenti di percorso”, tali agenzie continuino a dettare legge sui mercati finanziari.

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https://www.globaltimes.cn/page/202303/1287343.shtml

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La Export-Import Bank of China (China EximBank), importante banca “politica”, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la Saudi National Bank, la più grande banca dell’Arabia Saudita, per l’emissione di una linea di credito in Yuan allo scopo di facilitare il commercio nell’ambito della “Belt & Road Initiative” (BRI) cinese.

La valuta di scambio non sarà più US Dollar, ma lo Yuan che si guadagna sempre più un ruolo indipendente e significativo sulla scena internazionale.

Nel frattempo la fragile Iraq Central Bank è la prima a seguire a ruota il colosso saudita, ovviamente con la implicita benedizione degli Ayatollah iraniani che da qualche tempo commerciano già con la Cina in Yuan, ed annuncia che prevede di consentire a breve che il commercio dalla Cina venga regolato direttamente in questa moneta, nel tentativo di migliorare il proprio accesso a valute estere fino ad ora strangolato da US Dollar.

Notare come giuridicamente non esistano istituti bancari “politici” analoghi alla China EximBank in Occidente, dove tutto è privato, privatizzato e obbligato a rispondere solo alle fanatizzate cosiddette “leggi del mercato”, non certo ad interessi pubblici.

Però, la “non esistenza” di questi istituti bancari “politici” è solo giuridica, perché nella pratica tutti i governi europei li hanno e se li tengono ben stretti, camuffandoli con “escamotages” degni delle migliori commedie di Eduardo De Filippo per poterli fare figurare come banche “politicamente corrette” perfettamente interne al dominante neo-liberismo.

Si vedano, ad esempio, la Cassa Depositi e Prestiti in Italia, le banche autonome dei Länder in Germania, i fondi pensione dei dipendenti pubblici in Francia, per non parlare dei paradisi fiscali dei Caraibi per Inghilterra e Olanda…

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Questo accordo è un evento di portata storica, perché sancisce la fine del monopolio di US Dollar in Arabia Saudita che non è uno Stato come gli altri ma lo Stato garante dell’esistenza di quelli che vengono chiamati “Petrodollari”, basati sulla vendita del petrolio saudita solo in US Dollars e il reinvestimento della stragrande maggioranza degli utili conseguenti in USA e in Occidente.

La finanza internazionale, che da oltre cinquanta anni si è basata sull’asse tra Riyad e Washington con la definizione del prezzo del petrolio in US Dollars, sta per terminare, si sta verificando una de-dollarizzazione almeno parziale e al vecchio asse Riyad-Washington si sta sostituendo un asse Riyad-Pechino con l’aggiunta di Mosca.

Un asse tripartito quello tra Pechino, Mosca e Riyad che è sempre più evidente anche dall’oggettivo coordinamento tra Sauditi e Russi sulla produzione di petrolio decisa in seno all’OPEC e (questa sì che è una novità di cui da noi si cerca di non parlare) sull’abbandono della stretta collaborazione tra le aziende del complesso militare-industriale americano e la holding saudita produttrice di armi SCOPA a vantaggio di aziende cinesi e russe. “Abbiamo in programma di impegnarci in una collaborazione esemplare con le aziende internazionali della difesa”, ha recentemente dichiarato il principe ereditario, Mohammed bin Salman.

E il Credit Suisse è il primo a fare le spese di questo ritiro dei Sauditi dal sistema bancario occidentale…

Vediamo come.

Quando si è palesata la situazione critica e l’istituto ha chiesto aiuto a Riad, come già avvenuto in passato, la richiesta respinta al mittente con inusitata ruvidezza, chiara indicazione i Sauditi hanno ristrutturato i loro obiettivi strategici e con questo rifiuto hanno reso evidente al mondo la propria indipendenza, anche finanziaria, dai vecchi alleati/padroni occidentali.

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https://www.globaltimes.cn/page/202303/1287343.shtml

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-laccordo_di_china_eximbank_con_la_saudi_national_bank_la_dedollarizzazione_ha_avuto_inizio/29296_49079/

https://www.scopadef.com/who-we-are/message-from-the-chairman/

https://www.arabnews.com/node/2256681/business-economy

https://www.yenisafak.com/en/world/china-puts-us-on-notice-over-banking-crisis-3662577

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Il ragionamento dei Sauditi è di una interessante semplicità commerciale.

Il “blocco/sequestro/furto” dei depositi valutari russi presso le banche occidentali effettuato come “sanzione contro l’aggressore” (allo stesso modo di come in precedenza sono stati “bloccati/espropriati/rubati” i depositi afghani, libici, siriani, etc.) è stato traumatico per tutti i Paesi emergenti che vedevano in US Dollar il porto sicuro per i propri crediti e i Sauditi dicono: «Avete “bloccato/espropriato/rubato” le riserve valutarie russe, come facciamo ad essere sicuri che in futuro non farete lo stesso con noi? (Trattandosi dei Sauditi di motivi “politicamente corretti” per fare questo in nome di più o meno credibili “diritti umani” se ne possono davvero trovare a iosa) Ora noi ci costruiamo da soli la nostra cassaforte e riduciamo drasticamente la nostra presenza sulle piazze finanziarie occidentali».

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A settembre la Cina deteneva direttamente 901 miliardi di US Dollars di Treasury Bonds americani, non li rinnovano quando scadono e oggi si stima che siano intorno a quota 850 miliardi.

Pochi giorni fa il Ministero degli Esteri cinese ha chiesto ufficialmente agli USA di spiegare quali passi stanno compiendo per affrontare la crisi bancaria: “Speriamo che gli USA aumentino la trasparenza e forniscano chiarezza sull’esatta dimensione del rischio e sulle contromisure”, ha detto un portavoce.

Interessante come il giornale di Hong Kong Asia Times [connubio tra finanziarie di Nuova York e analoghe controllate dal Partito Comunista Cinese (Che tempi!…)] abbia preso una posizione ben più netta e, senza fronzoli, scrive:

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Il sistema bancario statunitense è in frantumi anche se questo probabilmente non comporterà altri fallimenti come quello di Credit Suisse dal momento che le banche centrali manterranno a tutti i costi artificiosamente in vita le istituzioni moribonde.

Tuttavia l’era di US Dollar sta volgendo al termine e il costo di questo sarà trasferito dalle banche all’economia reale che avrà problemi di credito molto serie.

Le conseguenze geopolitiche saranno enormi: si assisterà ad un vero e proprio “sequestro del credito” in US Dollars e verrà accelerato il passaggio a un sistema monetario multipolare, tutto a vantaggio dello Yuan cinese.

In ogni modo il più grande pericolo per l’egemonia del dollaro non è l’ambizione della Cina di espandere il ruolo internazionale dello Yuan; il pericolo deriva dall’esaurimento del meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di accumulare quelli che di fatto sono veri e propri prestiti non restituibili per un importo pari a circa diciotto triliardi di US Dollars negli ultimi 30 anni.

Questa crisi è diversa da quella del 2008, quando le banche hanno fatto utili su triliardi di dollari in attività losche basate su prestiti inesigibili nel mercato immobiliare. Quindici anni fa, la qualità del sistema bancario era pessima e fuori controllo e oggi la crisi deriva dall’essere ormai impossibile il finanziamento del debito estero USA.

Il sistema economico mondiale basato su US Dollars non si spegnerà non con un botto, ma con un lungo gemito dal momento che le Banche Centrali interverranno per prevenire fallimenti drammatici (**) delle banche private, i cui bilanci si ridurranno, il credito all’economia reale diminuirà e in particolare i prestiti internazionali evaporeranno.

Come conseguenza il finanziamento in valuta locale si sostituirà a quello in US Dollars.

È stato un caso non previsto, ma reale, che le sanzioni occidentali abbiano spinto Cina, Russia, India e gli stati del Golfo Persico a trovare accordi di finanziamento alternativi.

Questi non sono un fenomeno monetario, ma un modo costoso, inefficiente e ingombrante per aggirare il sistema bancario in dollari USA.

Man mano che il credito in dollari diminuisce, tuttavia, questi accordi alternativi si trasformeranno in caratteristiche permanenti del panorama monetario e altre valute continueranno a guadagnare terreno rispetto al dollaro.

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(**) In teoria si tratta di un perfetto esempio di intervento statale in economia, alla faccia del cosiddetto “libero mercato”; nella pratica la faccenda è un poco diversa, sia perché in Europa oggi le Banche Centrali sono di proprietà delle finanziarie atlantiche, sia perché l’intervento statale è solo per accollare al pubblico i danni fatti dai privati, non certo gli utili.

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https://asiatimes.com/2023/03/us-bank-trouble-heralds-end-of-dollar-reserve-system/

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Il Federal Reserve Board (FED) e le cinque principali Banche Centrali (Canada, Regno Unito, Giappone, Europa e Svizzera) hanno deciso di aumentare la frequenza delle operazioni di scambio in US Dollars e agiranno in modo coordinato per aumentare la liquidità attraverso accordi solo in questa valuta.

Praticamente queste ultime banche ammettono esplicitamente di non essere organismi indipendenti, ma subalterni e, tra parentesi, l’Euro riconosce di essere una sottospecie di valuta derivata, non certo di alternativa ad US Dollar come si sperava una ventina di anni fa…

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Ce ne sono parecchie di altre cose da dire, ma anche per oggi finiamola qui.

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Marco Brusa

Bergamo, 25.III.2023

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http://www.bergamoincomune.it/dollaro-nato-cina-russia-europa-ed-ucraina-28/

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