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Bergamo in Comune | 17 Marzo 2026

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SCARSA CREDIBILITÀ DELL’EUROPA ATTUALE

SCARSA CREDIBILITÀ DELL’EUROPA ATTUALE

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Mentre l’anticastrista cubano diventato Segretario di Stato USA, Marco Rubio, dà sfoggio della sua ampia cultura citando Dante, Michelangelo, Leonardo, Shakespeare, i Beatles, i Rolling Stones (sic), la Cappella Sistina (che non si trova nel territorio della UE) e il Duomo di Cologna come esempi della “sola civiltà” esistente tra USA ed UE (di cultura comune non ha parlato, ed è stato meglio così), suscitando l’entusiasmo del Partito degli Automobilisti della Repubblica Ceca (sic, vero) considerato cugino di MAGA.

Mentre la Kaya Kallas sproloquia di Russia con l’economia a pezzi con lo stesso sguardo allucinato con cui un altro, tempo fa affermava che a Stalingrado era in corso una ecatombe di carri armati sovietici.

Mentre il sistema mediatico è entusiasta di questi personaggi, li esalta iperbolicamente in tutti i modi e la libertà di informazione è, sì e no, relegata sui cosiddetti “social minori” e poco seguiti (quale anche questo nostro è, non siamo abituati a raccontarci frottole).

Mentre la “Munich Security Conference” si conclude con l’affermazione: “Quello di cui abbiamo bisogno ora è un piano, è azione”.

Mentre arriva Super-Mario (quello delle privatizzazioni del patrimonio pubblico) con un piano impostato a Wall Street e perfezionato dalla grande finanza che opera in Europa: Eurobond per investire nella guerra (ancora eufemisticamente definita “difesa”), che è sempre un buon affare.

Tra Roma e Berlino si rafforza l’intesa ed è stato firmato un protocollo di cooperazione strategica:

“Intendiamo stabilire un Dialogo Strategico tra i nostri Ministeri della Difesa sulle iniziative in materia di difesa e sicurezza e sui principali progetti di cooperazione militare. L’attenzione è focalizzata sul contesto di sicurezza euro-atlantico. Contribuiremo per rafforzare le capacità e il ruolo internazionale dell’UE, in complementarità e in coordinamento con la NATO. Per quanto riguarda la cooperazione in materia di difesa, puntiamo a un coordinamento ancora più stretto alla gestione delle crisi internazionali e allo sviluppo delle capacità delle missioni in tutti i settori (compresi lo spazio e il dominio cibernetico), per la cooperazione in materia di armamenti”.

Così recita il Piano di Azione italo-tedesco appena firmato.

“Qualora gli interessi comuni delle Parti contraenti dovessero esser messi in pericolo da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, esse entreranno senza indugio in consultazione sulle misure da prendersi per la tutela di questi loro interessi. Qualora la sicurezza o altri interessi vitali di una delle Parti contraenti dovessero essere minacciati dall’esterno, l’altra Parte contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di eliminare questa minaccia”.

Così recitava il Patto d’Acciaio del 1939.

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C’è da preoccuparsi?

Sì.

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Tuttavia, anche se il MinCulPop mediatico è ormai solo propaganda in cui personaggi men che mediocri vengono esaltati al massimo in quanto esecutori della volontà di “qualcuno che non vuole essere nominato” (comunque si sa bene di chi si tratta) nella “altra parte” del mondo non se la bevono proprio per niente e non si fanno pensiero di pubblicare analisi completamente opposte, per non dire satiriche, in particolare per quanto riguarda la classe dirigente della Unione Bancaria Europea, meglio nota come BCE-UE.

Questo è valido sia per il cosiddetto “nemico” (ma chi lo ha deciso?) della Unione Bancaria Europea, vale a dire la Russia, sia per i circoli di Wall Street che non si occupano dell’Atlantico, ma del cosiddetto Indo-Pacifico.

Pubblichiamo quindi la traduzione di due articoli recentemente apparsi su Russia Today, non solo portavoce del Cremlino, e su Asia Times di Hong Kong, interessante (e molto ben informato) connubio tra l’economia pianificata della Cina e il libero mercato di Wall Street.

Dire che entrambi ridicolizzano, neanche tanto tra le righe, le cosiddette classi dirigenti oligarchiche della Unione Bancaria Europea è un eufemismo, come continuare ad usare il termine “difesa” in luogo di quello più veritiero di “guerra”.

Preferiamo comunque esprimere un secco “No comment” sulla netta preferenza verso la Giorgia dichiarata da Russia Today, il cui ben noto opportunismo estremo viene definito come “linea pragmatica”.

LA PACE CON LA RUSSIA?

NON PRIMA DI QUANDO LA UNIONE EROPEA NON CAMBIERÀ LA SUA CLASSE POLITICA

Bruxelles non può fare pace con Mosca fino a quando non cambierà il suo modo di fare.

2 febbraio 2026, di Vitaly Ryumshin, giornalista e analista politico

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https://www.rt.com/news/631840-peace-with-russia-eu/

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Le relazioni tra la Russia e l’Unione Europea sono ora al punto più basso dal crollo dell’Unione Sovietica.

I legami economici e culturali che un tempo ci collegavano sono stati in gran parte interrotti nel 2022.

Oggi i nostri vicini stanno effettivamente finendo il lavoro e lo stanno facendo in due modi: introducendo sempre più restrizioni commerciali e sostenendo un clima di isteria militare che giustifica una maggiore spesa per la difesa e il graduale smantellamento del modello di welfare dell’Europa occidentale.

Eppure anche in questo paesaggio tetro, è apparso un debole barlume di speranza.

Il recente confronto con gli Stati Uniti sulla Groenlandia ha costretto i leader dell’UE a ripensare il loro posto nell’ordine globale.

Per anni, i membri del blocco hanno trattato gli Stati Uniti come una retrovia strategica affidabile.

Questo ha permesso loro di allinearsi sempre quasi automaticamente con Washington.

Ma quest’anno, alle capitali dell’Europa occidentale è stato ricordato che l’America è una potenza con i propri interessi, che può divergere bruscamente dai loro.

La lealtà incondizionata ha improvvisamente iniziato a sembrare un rischio strategico.

Da questa realizzazione derivano conclusioni che, fino a poco tempo fa, sarebbero state politicamente impensabili in Europa occidentale.

La dipendenza dal gas americano, si scopre, non è meglio che la dipendenza dal gas russo ed il GNL importato da oltre l’Atlantico è molto più costoso.

Più in generale, gli Stati Uniti, date le loro capacità e assertività, possono diventare essi stessi una fonte di pressione e persino un rischio militare.

Questi pensieri sono ancora detti sottovoce, ma non sono più tabù.

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In questo contesto, all’interno dell’UE sono emerse le prime voci caute a favore del rinnovo del dialogo con la Russia.

Quanto è notevole è che non provengono da forze marginali di estrema destra, ma da figure “mainstream” come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente finlandese Alexander Stubb.

Le loro dichiarazioni rimangono coperte: dobbiamo parlare, dicono, ma il tempo non è ancora maturo.

Tuttavia, il fatto stesso che la possibilità di relazioni future con Mosca sia tornata nel discorso politico segna un cambiamento qualitativo nel pensiero delle oligarchie dell’Europa occidentale.

Se l’UE è seriamente intenzionata a stare in piedi, alla fine dovrà risolvere la questione russa; anche se, per ora Bruxelles rimane intrappolata in una visione del mondo obsoleta.

La sua politica estera è ancora eccessivamente ideologica, radicata nei primi anni 2010.

I suoi leader continuano a parlare di un “ordine mondiale basato sulle regole” e di trattare gli Stati i cui sistemi politici differiscono dal proprio modello liberaldemocratico come minacce intrinseche. Questa mentalità spiega anche l’approccio conflittuale dell’UE alla Cina, che dall’esterno sembra spesso strategicamente autolesionista.

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Un dialogo autentico e pragmatico con la Russia richiederebbe all’Europa occidentale di andare oltre questo modo di fare.

Significherebbe anche abbandonare la postura della superiorità morale che scaturisce da costoro. Questo non è un semplice cambiamento: comporta ripensare come il blocco comprende il potere e la sovranità.

Un secondo passo necessario sarebbe un riconoscimento sobrio che gli interessi dell’UE finiscono dove la Russia ha inizio.

Proprio come Mosca ha una volta accettato l’adesione degli Stati baltici alla NATO come realtà geopolitica, Bruxelles deve accettare che l’Ucraina, in una forma o nell’altra, rimarrà nel campo strategico della Russia.

La politica dell’Europa occidentale dovrebbe essere costruita intorno a questo fatto, non intorno a narrazioni ideologiche su una presunta lotta esistenziale tra democrazie e autocrazie.

Infine, prima che le relazioni con Mosca possano veramente migliorare, l’UE avrebbe bisogno di prendere le distanze in modo più deciso da Washington.

Nonostante le attuali tensioni con l’amministrazione Trump, molti leader sperano ancora che la tempesta passi e che le relazioni transatlantiche tornino al loro vecchio schema.

Ma questa è probabilmente un’illusione e solo una volta che questa illusione svanirà, l’Europa occidentale sarà in grado di definire chiaramente i propri interessi a lungo termine e di vedere quanto possa essere importante la cooperazione con la Russia in quel contesto.

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Niente di tutto questo accadrà in fretta.

Un cambiamento significativo potrà iniziare probabilmente solo con un parziale cambiamento generazionale nella classe politica dell’UE.

I leader che hanno costruito le loro carriere sul confronto con la Russia lasceranno gradualmente il posto a figure più pragmatiche.

I primi segnali possono apparire entro un anno, con elezioni in Francia e in Italia.

Una svolta più decisiva potrebbe arrivare con il ciclo elettorale in Germania e Gran Bretagna nel 2029, a meno che non intervengano i voti anticipati, e per quell’anno è prevista anche una votazione del Parlamento europeo.

Se, entro la fine di quel ciclo, figure come Kaja Kallas vengono sostituite nella diplomazia europea da politici più vicini alla linea pragmatica di Giorgia Meloni, segnalerà che l’Europa occidentale si sta finalmente adeguando a una comprensione più realistica del mondo.

Questo, a sua volta, potrebbe aprire la porta a una graduale de-escalation con la Russia, ma fino ad allora il confronto rimarrà probabilmente il quadro dominante.

Non perché sia inevitabile, ma perché l’UE non ha ancora completato un proprio ripensamento politico e strategico.

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Vitaly Ryumshin

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L’UNIONE EUROPEA NELL’ERA TRUMP HA BISOGNO DI POLITICI ADULTI, NON DI BAMBINI VIZIATI

Una classe politica disposta a parlare chiaro e ad agire prima che una crisi elimini questa possibilità di scelta è tristemente assente in Europa

di Sebastian Contin Trillo-Figueroa 7 febbraio 2026

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https://asiatimes.com/2026/02/eu-needs-political-adults-not-feckless-children-in-trump-era/

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Quando Bruxelles si è convinta che le regole e i valori avrebbero potuto sostituire il potere e la abilità, la politica è migrata altrove. E l’Europa ha reso sfruttabili da altri le proprie vulnerabilità: Washington e Pechino semplicemente non hanno esitato a farne uso.

I discorsi si sono moltiplicati mentre le fabbriche stanno chiudendo e la dipendenza da altri è stata una scelta politica, difesa in pubblico, moralizzata a casa e ripetitivamente istituzionalizzata fino a quando non si è sclerotizzata.

I leader europei si sono compiaciuti nel parlare di principi, superiorità morale, di un giardino curato minacciato dalla giungla, di potere normativo, commercio etico, dell’Effetto Bruxelles e di multilateralismo illuminato, trascurando il lavoro meno affascinante di costruire capacità industriale, infrastrutture solide, profondità tecnologica e resistenza militare.

Energia, difesa, tecnologia, logistica, dati, input industriali, piattaforme digitali e mercati finanziari erano tutti stati segnalati in anticipo, ma l’Europa si è rifiutata di accettarne il costo quando questo era ancora accettabile, scegliendo di rimandare fino a quando Donald Trump e Xi Jinping non hanno reso punitivo questo costo.

La disfunzione, quindi, è politica.

L’Europa ha costruito un’architettura infinita di consigli, agenzie, strategie, rapporti e piani d’azione, poi ha usato quell’impalcatura per rimandare le decisioni anziché per farle rispettare.

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L’esposizione si è manifestata alla luce del sole mentre la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e i suoi accoliti hanno sostituito l’impegno con comunicati, la responsabilità con prestazioni ignobili e la capacità con scene fotografiche dei vertici.

Il risultato è un blocco strutturalmente dipendente da due superpotenze, gli Stati Uniti e la Cina, ricco di processi ma povero di risultati.

Trump ha trattato questa realtà con un’overdose di testosterone e di entusiasmo: si rivolge ai leader europei come un esattore di debiti si rivolge a un moroso seriale che promette riforme senza rispettare nessuna scadenza.

Li ha derisi apertamente e ripetutamente, ha preso in giro la loro dipendenza dalla protezione americana e le loro lezioni morali impartite senza forza corrispondente e ha imposto una giurisdizione extraterritoriale senza incontrare resistenza.

“Sono deboli… Non stanno facendo un buon lavoro,” ha detto a dicembre, e nessuna risposta europea ha contraddetto questa valutazione.

In effetti, due delle scene più umilianti nella storia atlantica si sono verificate quando Trump ha fatto sedere i leader europei dietro la sua scrivania e li ha rimproverati come bambini svogliati.

La seconda è avvenuta quando il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, si è rivolto al presidente americano chiamandolo “papà”, riducendo così la dignità di 32 stati membri a un gesto di sottomissione.

Lo stesso funzionario è apparso poi davanti al Parlamento Europeo per sghignazzare un “continuate a sognare” rivolto ad una qualsiasi ipotesi che l’Europa potesse difendersi senza gli Stati Uniti.

Questi episodi hanno messo a nudo l’ipocrisia: i rappresentanti europei che hanno implorato indulgenza, confondono questo tono con la capacità negoziale e hanno cercato di fare passare la sottomissione come realismo.

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Perfino la sovranità è ora una sceneggiata, come ha dimostrato l’episodio della Groenlandia.

Quando la classe politica europea e i suoi accoliti hanno festeggiato una presunta vittoria perché Trump aveva ammorbidito le sue richieste sull’isola danese, anche se, secondo un accordo segreto con il suo “bambino” Rutte, che resta non divulgato settimane dopo, la frattura non è più negabile.

Al di fuori di Bruxelles, nessun attore serio attribuisce il ritiro (di Trump da questa richiesta) alla decisione dell’UE o ad una sua azione, piuttosto che allo shock dei mercati azionari statunitensi.

Non è stata la credibilità, né l’unità, né tantomeno l’invio di qualche decina di soldati da sette paesi per un’esercitazione di routine a cambiare i calcoli di Washington: affermare di aver deterrente senza potere è illusorio e pericoloso, perché quando Trump tornerà a sollevare la questione della Groenlandia, questa affermazione si disintegrerà dopo avere ritardato il lavoro più impegnativo di costruire vincoli reali.

Ovviamente, nessuno all’interno della bolla ha ancora compreso cosa stia realmente accadendo.

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Pechino esercita pressione facendo meno rumore e con più pazienza.

Tratta l’Europa come un cliente riluttante a costruire alternative e, quindi, condannato a rimandare all’infinito l’autonomia.

Dialogo, incontri, concessioni selettive e gesti simbolici vengono scambiati con moderazione e silenzio mentre la dipendenza strutturale si approfondisce.

I rappresentanti della UE chiamano questo pragmatismo, come se rinominare la sottomissione potesse trasformarla in competenza.

Difendono le loro scelte come inevitabili, come se fossero vittime della fisica anziché autori di politica.

Parlano di gestire le dipendenze mentre firmano accordi che le approfondiscono.

La parata delle visite europee a Pechino illustra come appare la situazione: la vicinanza alla leadership cinese è trattata come un risultato in sé.

Questi viaggi promettono stabilità, ridotta volatilità e flessibilità in un’epoca di imprevedibilità americana, per poi concludersi come transazioni la cui retorica non nasconde i modesti vantaggi commerciali.

I capi di governo europei tornano celebrando vittorie marginali che non cambiano nulla, pubblicizzano la loro paura di essere esclusi e danno a Pechino il segnale che il rispetto delle regole non esiste quando gli ambasciatori desiderano solo essere fotografati sullo sfondo della Città Proibita.

Il caso britannico, con l’ex difensore dei diritti umani Starmer in visita a Pechino dopo una pausa di otto anni negli incontri a livello di Downing Street, mette in luce solo confusione.

I critici che moralizzano sulle trattative non colgono il punto, quelli che le vendono come realismo illuminato pure.

Il problema non sono le trattative; il problema è l’assenza di uno scopo.

La scala della Cina in innovazione, manifattura, ricerca e tecnologia rende il disimpegno costoso in campi cruciali, dall’IA alle scienze della vita e all’azione climatica.

Eppure le trattative si trasformano in dipendenza quando l’accesso agli ecosistemi cinesi e americani sostituisce la ricostruzione della capacità europea.

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Le contraddizioni di fondo rimangono irrisolte.

L’Europa vuole garanzie di sicurezza e infrastrutture di “intelligence” americane, pur risentendo della prepotenza americana.

Vuole mercati cinesi e materie prime industriali, pur risentendo della capacità di trattativa cinese.

Vuole parlare il linguaggio della sovranità, pur avendo rinunciato agli strumenti che rendono la sovranità credibile.

È qui che la coorte attuale si nasconde provocando vulnerabilità a lungo termine per evitare responsabilità.

Queste vulnerabilità si sono accumulate nel corso dei decenni, ma questa generazione ha ereditato una finestra in cui un’azione tempestiva poteva ancora affrontare i problemi.

In linea di principio, questa è lo scopo di fare politica: assorbire i costi a favore del pubblico, non evitarli per la sopravvivenza personale.

Eppure costoro rifiutano deliberatamente di farlo, proteggendo comfort e carriere politiche, rinviando gli aggiustamenti finché non possono arrivare più.

Pertanto, l’autorità non è mai stata il fattore limitante; il potere permette ai leader di riorganizzare i tempi e le sequenze, abrogare vincoli e stabilire credibilità attraverso azioni tempestive.

Come osservava Max Weber, “la politica è una forte e lenta perforazione di difese dure.”

Allora, perché la classe attuale europea non agisce?

Perché imporre costi in anticipo richiede confronto e sacrifici visibili.

Fondamentalmente, la classe attuale europea manca della credibilità politica per imporre costi, e non ha né la volontà né la credibilità per costruire le azioni necessarie a farlo.

A porte chiuse, il loro alibi è sempre lo stesso: il pubblico non accetta i sacrifici.

La giustificazione serve come copertura comoda per la paralisi.

In realtà, le società europee hanno sempre assorbito i sacrifici quando i costi sono stati spiegati prontamente, distribuiti equamente e collegati a una protezione concreta.

Quello che manca è una leadership disposta a parlare senza ipocrisia e retorica e ad agire prima che una crisi elimini le scelte.

Il risultato è la debolezza.

Ogni capitale persegue un piano a breve termine, lo etichetta come interesse nazionale, poi manifesta stupore quando la possibilità di accordi collettivi si dissolve.

Uno Stato scambia concessioni simboliche per l’accesso ai mercati, un altro cerca esenzioni dai controlli, un terzo chiede protezione americana e il successivo corteggia il capitale cinese.

L’Europa non può agire come un’unione sotto pressione perché da subito rifiuta di sostenerne il peso collettivamente.

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La possibilità di rimedio può iniziare solo abbandonando gli slogan e ripristinando capacità di resistenza dove viene applicata pressione.

Questo significa assorbire le coercizioni senza capitolare, attraverso capacità condivise e meccanismi collettivi che aumentino il costo della pressione a chi la esercita.

Questo richiede di accettare le sfide fin dall’inizio e di risolverle con compromessi in anticipo piuttosto che improvvisare sotto costrizione.

In secondo luogo, ogni decisione importante in materia di commercio, investimenti, tecnologia e infrastrutture deve poi superare la prova a cui è sottoposta dalla coercizione esterna.

In terzo luogo, la politica industriale deve abbandonare qualsiasi pretesa di autosufficienza.

L’Europa non ha bisogno di costruire tutto entro i propri confini, ma deve mettere in sicurezza i nodi che determinano la resistenza: produzione avanzata, produzione multiuso e sistemi di approvvigionamento che funzionino e creino ricchezza europea.

Dato che il conflitto moderno è industriale e tecnologico, la deterrenza si basa sulla profondità della produzione e sull’affidabilità logistica.

Quarto, il rinnovo della leadership è inevitabile.

La classe attuale governa come amministratori temporanei privi di responsabilità.

L’Europa ha bisogno di politici disposti a spendere il proprio capitale politico, sopportare l’ostilità degli interessi costituiti e ottenere impegni condivisi che rendano il ritorno indietro politicamente costoso.

Non è un appello per salvatori della Patria.

È una richiesta di politici adulti.

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Fino a quando lo spremere il limone resterà economico, Washington continuerà a spremere.

Fino a quando i ricatti saranno efficaci, Pechino li applicherà.

L’Europa può cambiare questo solo rendendo la coercizione costosa e politicamente onerosa.

Altrimenti continuerà a pagare, rimandando le decisioni fino a quando questo posticipo non sarà più disponibile.

L’attuale generazione ha completato il proprio ciclo.

La sua lezione è stata insegnata pubblicamente, ripetutamente e in modo umiliante.

L’Europa o si costruirà le capacità che fanno fallire la pressione esterna, o rimarrà un mercato da sfruttare e un cliente da fatturare, recitando sovranità mentre rinuncia ai mezzi per difenderla.

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