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Bergamo in Comune | Giugno 22, 2024

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“CANCEL CULTURE” – LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO STORICO DI GAZA

“CANCEL CULTURE” – LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO STORICO DI GAZA

Pubblichiamo un articolo scritto da una studiosa USAmericana e pubblicato da Al Jazeera relativo agli scopi reali dell’accanimento dell’esercito israeliano contro i principali siti del patrimonio storico-culturale di Gaza che sono stati metodicamente tutti, dicesi tutti, distrutti o gravemente danneggiati (chiese dei Cristiani d’Oriente incluse).

Questo anche se fino al settembre scorso buona parte della stessa stampa israeliana aveva accolto con entusiasmo le notizie di nuovi ritrovamenti archeologici nella Striscia.

https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/2023-09-25/ty-article/archaeologists-unearth-rare-lead-sarcophogi-in-gazas-largest-roman-era-cemetery/0000018a-cdd4-da14-a1eb-ddde03d70000

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Da rimarcare anche come sia stata approvata dal parlamento israeliano una nuova legge che potrebbe portare a breve all’interruzione della trasmissione sui territori controllati da Israele delle informazioni “ritenute essere una minaccia per la sicurezza nazionale”, vale a dire al “bannare” i notiziari non graditi al governo e al potere esecutivo in genere.

Al Jazeera è la prima candidata, anche se ovviamente non è la sola, ad essere cancellata dall’etere dell’intera Palestina.

Le motivazioni addotte per questa nuova legge israeliana sono sostanzialmente identiche alla proibizione di trasmettere nel territorio dell’Unione Europea i notiziari russi in lingua inglese.

La sola differenza è che in Israele si “salvano le forme” facendo almeno approvare uno straccio di legge, nell’Unione Europea questo avviene in base ad una semplice decisione arbitraria di un apparato non elettivo quale la Commissione Europea è.

Non siamo più in regime democratico o, perlomeno, non siamo più in una democrazia elettiva come era intesa da coloro che hanno istituito la Repubblica Italiana nel 1946.

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È nostro dovere anche il segnalare come, con almeno due o tre pezzetti della Terza Guerra Mondiale attualmente in corso, non ci si possa comportare come se si fosse ai tempi dell’entrata in vigore del Trattato di Shengen negli anni ’90.

In tempo di guerre [sperando (sob) che restino al plurale e non vengano fuse in una unica] è ovvio che i belligeranti, e gli aspiranti tali, curino il cosiddetto fronte interno e che le provocazioni faziose per impedire la presa di coscienza ed il dissenso si sprechino.

Siamo in un clima politico di “approvazione dei crediti di guerra” per cui invitiamo tutti a tenere alta l’attenzione e ad evitare di cascare nelle provocazioni come dei pollastri (termine voluto).

Queste provocazioni possono essere schematizzate in tre tipologie:

  • Provocazione dolosa di chi è a libro paga degli apparati che curano il cosiddetto fronte interno. Facilmente riconoscibile perché è identica alla propaganda di solo una delle parti in guerra (ad es. parla unicamente del 7 ottobre e non dei sei mesi successivi). Quando ci si casca, dopo non ci si salva più dagli psicodrammi mediatici del provocatore che si autodipinge, e dipinge la sua fazione, come un oppresso quando invece è un oppressore.

  • Provocazione imbecille. Di solito è estremamente fanatica e serve ad impedire un qualsiasi dibattito con il cercare, ed il trovare, un “nemico” con cui scontrarsi tra i presenti.

  • Provocazione dolosa ed imbecille. Un misto delle prime due. È frequente.

Vediamo di non cascarci.

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Torniamo al “Cancel Culture”, componente del genocidio in atto, e lasciamo la parola alla professoressa Hilary Morgan Leathem, ma prima rimarchiamo come abbia ragione da vendere quando scrive che una scienza “usata in modo scorretto, diventa una tecnologia di oppressione, cooptata da regimi di potere che desiderano sfruttare una versione revisionata inventata di sana pianta del passato”.

Al termine di questo articolo pubblichiamo pure una sintesi di un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz a proposito della intenzione del loro governo di “bannare” Al Jazeera da Israele/Palestina.

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Bergamo, 06.IV.2024

Marco Brusa

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https://www.aljazeera.com/opinions/2024/3/25/why-archaeologists-must-speak-up-for-gaza

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Perché gli archeologi devono parlare a favore di Gaza

L’archeologia è spesso un meccanismo di potere e, proprio per questo, i suoi studiosi hanno l’obbligo di parlare contro l’oppressione.

Hilary Morgan Leathem – Scrittrice e antropologa del patrimonio culturale

Al Jazeera – 25 marzo 2024

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Dallo scoppio della guerra a Gaza, più di 200 siti del patrimonio culturale sono stati distrutti insieme a numerosi archivi, università e musei ed esistono addirittura segnalazioni di saccheggi da parte dell’esercito israeliano di manufatti storici e persino di esposizioni di alcuni di essi alla Knesset.

La distruzione del patrimonio di Gaza ha ramificazioni sociali, politiche ed emotive di vasta portata: si tratta di un attacco concertato all’esistenza della Palestina e del suo popolo.

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Oltre a produrre un’amnesia culturale su cosa significhi essere Palestinesi, la distruzione del patrimonio simboleggia la negazione della storia palestinese e del diritto alla terra e il tentativo israeliano di obliterazione della memoria palestinese è intenzionale.

Si tratta di una strategia genocida, secondo la definizione data dall’avvocato ebreo-polacco Raphael Lemkin, che ha coniato il termine “genocidio” nel 1944.

Questo tentativo di distruggere il legame non solo fisico tra i Palestinesi e il loro patrimonio ha lo scopo di cancellare la presenza palestinese e legittimare il colonialismo israeliano.

La distruzione israeliana dei siti archeologici e il saccheggio di manufatti a Gaza sollevano anche interrogativi sulla presunta neutralità dell’archeologia nel nostro mondo accademico.

La realtà è che l’archeologia può essere profondamente politica dal momento che la possibilità di avanzare pretese nel presente sulla base di documenti materiali del passato conferisce all’archeologia un grande potere.

Letteralmente, gli archeologi forniscono le prove fisiche necessarie per la realizzazione di narrazioni storiche e hanno quindi l’obbligo morale di informare il pubblico della natura profondamente politica della scienza a cui si dedicano.

In questo contesto, il silenzio delle associazioni archeologiche di tutto il mondo su quanto che sta accadendo a Gaza è stato assordante.

In Europa studiosi irlandesi del patrimonio culturale hanno fatto pressione sull’Associazione Europea degli Archeologi (EAA) affinché parlasse apertamente e all’inizio di marzo l’EAA ha finalmente rilasciato una dichiarazione.

Ma il testo è stato deludentemente non impegnativo e generico di fronte alle atrocità.

Si è riferito al genocidio di Gaza come alla “crisi Israele/Gaza” e ha usato un linguaggio copiaato dalla Convenzione del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO del 1972.

In altre parole, ha parlato del patrimonio in termini del suo valore socioeconomico – la sua integrità o autenticità – piuttosto che riconoscere le implicazioni politiche della distruzione del patrimonio in un contesto coloniale.

L’incapacità dell’EAA di riflettere su come l’archeologia, e di conseguenza la costruzione del patrimonio culturale, si intreccia con il potere e la storia è pericolosa, in quanto travisa la disciplina (dell’Archeologia) come puramente oggettiva.

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Alcune persone sono consapevoli del ruolo dell’Archeologia nel colonialismo.

Sempre meno, tuttavia, sanno come questa ha influenzato la politica del XX Secolo, creando identità che si basano su passati riscoperti e condivisi e tradizioni inventate di sana pianta, come hanno sostenuto gli storici Eric Hobsbawm e Terence Ranger.

L’Archeologia crea legami tra la terra e la sua gente attraverso il possesso del passato.

Se questa scienza viene usata correttamente, allora ha il potere di illuminare il modo in cui le persone vivevano e si relazionavano tra loro nel passato del nostro mondo.

Usata in modo scorretto, diventa una tecnologia di oppressione, cooptata da regimi di potere che desiderano sfruttare una versione revisionata o una “visione” inventata di sana pianta del passato per espropriare e sostituire gli altri.

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Non è un caso che, come ha scritto l’antropologa palestinese-americana Nadia Abu El-Haj, Israele sia noto per l’uso strategico dell’archeologia per legittimare la sua immagine di nazione storica nelle Terre Sante abramitiche piuttosto che di moderno stato-nazione fondato nel 1948.

L’archeologia può essere un meccanismo per mantenere il potere e questo non avviene solo nel caso di Israele/Palestina.

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In Messico, dove ho condotto ricerche negli ultimi quindici anni, l’Archeologia e l’Antropologia sono state esplicitamente incaricate di forgiare la Patria, o di forgiare la nazione.

Durante il dominio di Porfirio Díaz, il secondo presidente del Messico, il governo si è impegnato a fondo per riunificare la propria popolazione di coloni con i cittadini indigeni che avevano sofferto la cancellazione linguistica e culturale durante la colonizzazione spagnola.

La soluzione proposta era quella di costruire un’ideologia nazionalista di meticciato o “miscuglio”, che celebrasse e rivendicasse le rovine monumentali e le tradizioni artistiche degli indigeni messicani come patrimonio dello Stato messicano e quindi di tutti i Messicani.

Se da un lato questo ha preservato l’eredità delle comunità indigene del Messico, dall’altro ha portato all’espropriazione e alla perdita della memoria della propria identità.

Dopo che lo Stato messicano ha rivendicato l’eredità indigena per tutti, il mettere in discussione la legittimità della classe dirigente di origine spagnola è diventato impossibile.

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Gli archeologi sono studiosi ed esperti del passato che sono consapevoli dei modi in cui le prove archeologiche vengono utilizzate non solo per modellare la storia, ma anche per revisionarla e trasformarla in un’arma.

Questo è il motivo per cui gli archeologi devono parlare di Gaza.

Una volta che il patrimonio culturale, le biblioteche e le università di Gaza sono state distrutte, si potrà dire che non sono mai esistite e una volta che “l’evidenza degli oggetti materiali” sarà stata cancellata, sia dalla memoria umana che dalla documentazione archeologica, sarà impossibile “provare scientificamente” la presenza palestinese.

Dobbiamo ricordare che l’Archeologia è inseparabile dalla politica, dal momento che svolge un ruolo importante nella costruzione della storia delle nazioni e dell’identità nazionale.

Dobbiamo anche ricordare come la cancellazione totale del patrimonio spesso prefiguri la distruzione di persone, motivo per cui anche il solo genocidio culturale è classificato come crimine di guerra dal diritto internazionale.

La resistenza dell’EAA e di altre organizzazioni archeologiche professionali a rilasciare anche una dichiarazione limitata che riconosca i genocidi di Gaza – la pulizia etnica unita alla distruzione del patrimonio culturale – equivale a complicità ed è un rifiuto di riconoscere la responsabilità dell’Archeologia.

Auspico che una continua pressione degli archeologi in Europa e in tutto il mondo faccia cambiare idea all’Associazione Europea degli Archeologi.

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Come antropologa del patrimonio culturale, sono ossessionata dalla domanda se l’Archeologia possa mai fare la cosa giusta.

Ecco un momento in cui potrebbe farla, se solo fosse disposta a fare i conti con il proprio passato.

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La professoressa Hilary Morgan V. Leathem (Evanston, IL, USA, 1988) è una antropologa del patrimonio culturale.

È stata borsista presso la Maynooth University e l’EHESS (Parigi) e ha ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia (2021) presso l’Università di Chicago, dove ha completato la sua tesi di laurea: “History (Dis)Possessed: Haunting, Theft, and the Making of Monumental Heritage a Oaxaca, Mexico”.

In questa tesi la sua ricerca ha esplorato il modo con cui le classi dominanti zapoteche e mixteche abbiano formato relazioni sociali ed emotive con i siti del patrimonio culturale, evidenziando le tensioni esistenti tra il possesso statale e l’espropriazione ai popoli.

https://imaginingfutures.world/people/hilary-morgan-v-leathem/

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https://www.haaretz.com/israel-news/2024-04-04/ty-article/.premium/why-does-israel-fear-al-jazeera-palestinians-in-israel-slam-new-law-threatening-channel/0000018e-a3e6-dd6b-abae-f7e7f28f0000?utm_source=push_notification&utm_medium=app_push?utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native

“Perché Israele ha paura di Al Jazeera?”

I cittadini arabo-israeliani criticano la nuova legge che minaccia le sue trasmissioni

Per molti cittadini palestinesi di Israele, la narrativa di Al Jazeera dell’occupazione e della guerra di Gaza è considerata una necessità indispensabile e la nuova legge che potrebbe impedire la sua trasmissione in Israele è stata accolta con rabbia e trepidazione.

La Knesset israeliana ha approvato una legge che concede al governo poteri “temporanei” per impedire alle reti straniere di diffondere notizie in Israele se sono ritenute essere una minaccia per la sicurezza nazionale.

Benjamin Netanyahu ha già citato il presunto incitamento di Al Jazeera contro i soldati israeliani e la presunta partecipazione al massacro di Hamas, impegnandosi a “intraprendere azioni immediate in conformità con la nuova legge per fermare le attività del canale”.

Per i Palestinesi che vivono in Israele, la legge che vieta Al Jazeera solleva preoccupazioni per l’ulteriore erosione della libertà di espressione in mezzo a una maggiore sorveglianza dei “post”, dei “like” e dei commenti sui “social media” – in particolare rivolti agli Arabi israeliani – che ha portato a molteplici arresti dallo scoppio della guerra.

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http://www.bergamoincomune.it/israele-sta-distruggendo-tutto-quanto-e-bello/

http://www.bergamoincomune.it/in-macerie-la-piu-antica-moschea-di-gaza/

http://www.bergamoincomune.it/storia-della-stupidita-militare/

http://www.bergamoincomune.it/larca-dellalleanza-la-battaglia-del-1244-ed-i-siti-storici-di-gaza/

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