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ESCHE E AGNELLI
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Pota figa
La guerra è gnocca
Le provano tutte per farla piacere
Magari non ci pensano o forse si
Ma portano acqua al mulino di questa propaganda
E di questa retorica
Non c’è tanto da divertirsi qua
Bandiere arcobaleno e chiome al vento
Contro le bestie barbara omofobe che impongono il velo
Anche le eroine sono giovani e belle
Come Ramba, Moana Pozzi e Cicciolina
Nei porno show anni Ottanta
O la soldatessa al distretto militare
Della commedia sexy anni Settanta
La guerra non è mai sexy
La guerra non fa mai venire
Fa andare casomai
La parità non la raggiungi
Conquistando il diritto di ammazzare
O di farti ammazzare
Come un uomo
Quando fai la guerra è solo perché sei all’ultima spiaggia
Come le partigiane
E non credo che oggi si divertirebbero
Di storie ig glamour in mimetica fashion
Della guerra del resto
A parte Sturmtruppen
Di base sopporto pochissime parodie
Buona Pasqua insanguinata
Fra colombe bianche con ali spezzate
Che non volano e non tornano
Non c’è pace né per palati fini né per buone forchette
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Esche e agnelli – 2026 – Daria Vanoglio Fratus
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Nel 53 a.C., quando Roma si sentiva padrona del mondo, Marco Licinio Crasso attraversò l’Eufrate con la sicurezza di chi crede che la potenza sia una garanzia. Era il più ricco dei Romani, membro del Primo Triumvirato, e immaginava che la campagna contro i Parti sarebbe stata un’operazione rapida, quasi un atto dovuto. Ma l’Oriente non è mai un territorio che si lascia attraversare senza resistenza.
I Parti, popolo iranico di lingua iranica nord‑occidentale, antenati culturali e linguistici degli iraniani moderni, conoscevano il loro deserto come un’estensione del corpo. La loro cavalleria, leggera e mobile, era l’opposto speculare delle legioni romane: imprevedibile, veloce, letale.
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La battaglia di Carre fu il punto di rottura. Le frecce partiche piovvero per ore, mentre i cavalieri si muovevano in cerchi perfetti, logorando le coorti romane incapaci di reagire. Crasso vide dissolversi davanti ai suoi occhi l’idea stessa di superiorità romana. Catturato durante le trattative, fu ucciso.
Secondo una tradizione antica, gli venne versato oro fuso in gola: non un fatto certo, ma un simbolo potente, un modo per dire che la sua avidità lo aveva consumato dall’interno. La storia, a volte, preferisce la verità simbolica a quella materiale.
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Oggi, più di duemila anni dopo, un’altra potenza ha creduto di poter piegare un altro Oriente. Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran con operazioni mirate contro infrastrutture, basi e figure di vertice. L’Iran ha risposto con missili e droni contro Israele e contro installazioni statunitensi in Iraq, Siria e nel Golfo.
La dinamica è quella di un conflitto che si espande oltre l’intenzione iniziale, come accadde dopo Carre: un’azione pensata come chirurgica che diventa un incendio regionale.
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L’analogia non riguarda persone o destini individuali, ma strutture strategiche ricorrenti:
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– Sovrastima della potenza: Crasso credeva che Roma fosse invincibile; oggi, potenze tecnologicamente avanzate possono sottovalutare la resilienza iraniana, radicata in un territorio vasto e in reti militari diffuse.
– Errore di valutazione del teatro operativo: Crasso ignorò la mobilità partica; oggi l’Iran dispone di profondità strategica, capacità missilistiche e alleanze regionali che complicano ogni intervento esterno e rendono un suicidio l’attacco con “stivali a terra”.
– Effetto domino: la sconfitta di Carre destabilizzò Roma; gli attacchi contemporanei hanno generato escalation, reazioni a catena e un coinvolgimento crescente di attori regionali.
– La lezione dell’oro: la morte di Crasso, con la leggenda dell’oro fuso, è diventata un monito contro la hybris strategica.
Non è un presagio per leader contemporanei, ma un modello storico: quando la politica si illude che la forza basti a controllare gli eventi, spesso apre processi che sfuggono di mano.
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In questo senso, la storia di Crasso non parla di Netanyahu, di Trump o di altri nomi del presente.
Parla di un meccanismo antico: la convinzione che la guerra sia semplice, che l’avversario sia fragile, che la vittoria “nostra” sia un diritto.
E ricorda che l’Oriente, da Carre a oggi, ha sempre risposto con una complessità che sorprende chi lo affronta con leggerezza.
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La storia non si ripete mai identica, ma a volte fa rima.
E la rima, in questo caso, è un avvertimento: la potenza può aprire un conflitto, ma non può garantirne la fine.
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