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DOLLARO, NATO, CINA-RUSSIA, EUROPA, UCRAINA, PALESTINA, IRAN E HORMUZ
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Tehran Times, giornale in lingua inglese della Repubblica Islamica iraniana, è ricomparso sul WEB.
Ne era stato eliminato a gennaio quando gli Ayatollah si erano accorti che le istruzioni ai Black Blocs locali arrivavano tramite internet, da cui la draconiana decisione di chiudere la rete completamente in tutto il paese lasciandola aperto solo ai Guardiani della Rivoluzione e simili.
Anche Tehran Times è stato sacrificato e, per almeno cinque mesi se ne sono perse le tracce e la possibilità di collegarsi al suo sito.
Chi scrive lo aveva scoperto nel lontano 1994, quando era andato per la prima volta a Tehran e questo giornale era l’unico comprensibile: non si hanno problemi a confessare che con il farsi (persiano moderno) e con i caratteri iranici non si è mai avuto molto trasporto.
La sola cosa che si era ben capita fin da allora è che, quando i Persiani tra loro dicono “bali, bali” (sì, sì), sta andando tutto bene e uno straniero che scherza in inglese con loro è molto più che bene accetto; quando non lo dicono, ci sono rogne e lo straniero è meglio se si mette nel profilo basso.
Ovviamente all’epoca questo giornale era solo cartaceo e, quando si arrivava all’aeroporto di Istanbul (dopo avere visto gli Iraniani sull’aereo che si facevano un whisky doppio alle cinque del mattino non appena l’aereo era entrato nello spazio aereo turco, dove gli alcolici sono leciti), era divertentissimo individuare un gruppo di turisti americani, piazzarsi davanti a loro e aprire con noncuranza Tehran Times ostentando bene il titolo.
Le facce ed i trasalimenti che ho visto loro fare mentre me la ridevo sotto i baffi…
Giuro. Ho fatto anche questo.
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Ma parliamo seriamente: Tehran Times è un ottimo giornale la cui lettura può solo essere consigliata: si viene a scoprire una cultura diversa dalla nostra e per nulla arretrata, anzi…
È sicuramente il portavoce del governo degli Ayatollah e alcuni suoi articoli di fondo sono semplicemente una pizza (anche se non ai pessimi livelli di certi siti di “informazione” sionisti – o nostrani…), ma è anche abbondante in articoli di economia, società, storia, archeologia e (ad alcuni sembrerà incredibile, ma è vero) ambientalismo.
È decisamente schierato a sostegno delle minoranze religiose in Iran, siano esse cristiane, ebraiche, zoroastriane, etc.
Siamo pertanto molto lieti di potere nuovamente leggerlo.
Ve ne proponiamo un breve articolo non firmato, quindi ascrivibile alla sua direzione/proprietà, che in poche righe sintetizza la visione persiana della situazione attuale del “sistema dei petrodollari”.
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Anversa, Fiandre belghe, 27.V.2026.
Marco Brusa
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P.S.: le immagini panoramiche di questo articolo sono vedute della fortezza portoghese che si trova sull’isola di Hormuz (Forte di Nossa Senhora da Conceição); anche i Portoghesi del XVI Secolo avevano ben compreso che il dominio di questo stretto era fondamentale per il commercio tra Europa ed India.
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IL SISTEMA DEI PETRODOLLARI SI È GUASTATO MENTRE LA GUERRA CONTRO L’IRAN SOFFOCA LE RICCHEZZE DEL GOLFO PERSICO
25 maggio 2026
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https://www.tehrantimes.com/news/526766/Petrodollar-loop-broken-as-Iran-war-chokes-Persian-Gulf-wealth
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La guerra contro l’Iran sta causando molto di più che fare ancorare le petroliere.
Gli analisti avvertono che sta mandando in frantumi il “sistema dei petrodollari” vecchio di 50 anni che ha tranquillamente sovvenzionato i costi di indebitamento americani e ingrassato la finanza globale.
In tempi normali, gli stati del Golfo Persico riciclavano il loro vasto surplus di attivi da petrolio in attività straniere come i Buoni del Tesoro degli Stati Uniti.
Questo manteneva bassi i tassi di interesse degli USA che così fornivano liquidità ai mercati mondiali.
Il conflitto in essere ha rotto questo sistema.
In primo luogo, la chiusura dello stretto di Hormuz – un punto di passaggio obbligato per il 20% del petrolio globale – ha ridotto le entrate.
Con meno soldi in arrivo, le monarchie del Golfo Persico hanno molti meno petrodollari da investire all’estero (e infatti l’Arabia Saudita ha già rinviato a data da destinarsi molti ricchissimi investimenti che erano dati per assodati – NdR).
In secondo luogo, quell’importo ridotto delle entrate che rimane viene reindirizzato.
Le spese militari e le esigenze di ricostruzione future stanno consumando fondi che un tempo affluivano a New York e Londra.
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L’impatto reale è già visibile.
Il quantitativo allocato all’estero dei titoli del Tesoro degli Stati Uniti è diminuito in modo significativo e le banche centrali di tutto il globo sono diventate dei venditori di debito americano.
“La guerra non sta creando questo cambiamento, ma lo sta accelerando”, ha osservato un analista, “stiamo assistendo alla fine di uno storico pranzo gratuito che per decenni ha abbassato i costi di indebitamento per il contribuente americano”.
Con l’energia, le rotte commerciali e i flussi di capitali tutti minacciati, il mondo deve affrontare non solo l’aumento dei prezzi del petrolio, ma un riallineamento permanente della finanza globale.
Per i consumatori e le imprese americane, la fine del sistema dei petrodollari potrebbe significare costi di indebitamento persistentemente più elevati su mutui, prestiti auto e debito pubblico.
Nel frattempo, gli stati del Golfo Persico, a lungo dipendenti dall’esportazione del loro surplus, ora devono affrontare una scelta completamente diversa.
Le piene conseguenze di questa rottura richiederanno anni per svolgersi, ma l’era del riciclaggio di capitali a basso costo dal Golfo Persico alla finanza occidentale sembra essere finita.
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