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REMANDO NELLA PALUDE
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Pubblichiamo la traduzione di un articolo pubblicato da Abdullah Muradoğlu sul quotidiano turco Yeni Şafak.
Yeni Şafak (“Alba nuova”) è un quotidiano turco islamista e conservatore che è noto per il suo deciso sostegno al presidente Erdoğan e al suo partito AK e che ha, a dir poco, un rapporto molto stretto con il governo turco.
Tuttavia ha tra le sue fila seri analisti della situazione politica internazionale che, quando gli interessi turchi non sono direttamente in gioco, sono capaci di analisi oggettive e razionali.
È interessante anche perché rappresenta bene la dicotomia della Turchia odierna, da un lato ipernazionalista e trucida, dall’altro ricca culturalmente del meglio dell’Est e dell’Ovest.
Ovviamente noi siamo interessati a quest’ultimo aspetto.
Chi scrive si è trovato un paio di volte nella sua vita a lavorare in cantieri turchi e può testimoniare che sanno comportarsi da signori (come le imprese italiane hanno ormai completamente dimenticato come si fa) e che non c’è niente di meglio per farli andare in un brodo di giuggiole che dire loro: “mi chiamo Marco e vengo dal territorio della antica Repubblica di Venezia”, si illuminano d’immenso.
Se poi gli si dice: “abbiamo un proverbio che dice: tra Turchi si vive tranquilli e sicuri”, cominciano a salutarti da lontano appena ti vedono.
Come “gift” niente di meglio che regalargli la toppa della Marina Italiana, quella con gli emblemi delle Repubbliche Marinare, ti chiedono se per caso non ne hai un’altra perché hanno due nipoti…
Ma lasciamo perdere queste rimembranze dei luoghi di lavoro, dove si tende a diventare tutti uguali e dove spariscono le differenze culturali (“Pochi bäl. Lavurà!” è davvero un linguaggio universale) e diamo una lettura a quanto pensa dalle rive del Bosforo una persona colta.
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Bergamo, 10.V.2026.
Marco Brusa

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REMANDO NELLA PALUDE
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Di Abdullah Muradoğlu, 06 maggio 2026.
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https://en.yenisafak.com/columns/abdullah-muradoglu/rowing-in-a-swamp-3717901
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Se avete notato, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran si è trasformata in una “guerra mediatica” o in una “guerra della propaganda”.
Non esiste alcuna vittoria strategica all’orizzonte, ma il presidente degli Stati Uniti Trump continua a dire di aver ottenuto una grande vittoria.
In effetti, dice che nemmeno questa grande vittoria è sufficiente e ne vuole una maggiore.
Sembra che il comportamento di Trump sia in gran parte dipendente dalla politica interna.
È in corso una lotta di tiro alla fune tra Stati Uniti e Iran.
È una gara di “chi riesce a sopportare più dolore”.
Chi si arrenderà per primo?
Chi chiuderà gli occhi per primo?
Trump si aspetta che l’Iran si arrenda.
L’Iran, nel frattempo, sta mettendo alla prova la resistenza dell’America chiudendo lo Stretto di Hormuz come leva strategica.
Gli effetti economici collaterali della chiusura dello Stretto di Hormuz sono motivo di profonda preoccupazione non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo.
Per non parlare dei danni che la combinazione di questi effetti collaterali potrebbe causare se le forze Houthi nello Yemen dovessero chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb.
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La situazione attuale mostra che i risultati ottenuti dagli Stati Uniti sono completamente diversi da quelli sperati.
Aspettandosi una facile resa militare, gli Stati Uniti hanno ottenuto successi militari tattici ma hanno perso strategicamente.
Come remare in una palude: gli Stati Uniti non possono più né avanzare né tornare indietro.
Carl von Clausewitz, uno dei classici maestri della strategia militare, aveva detto: “Non fare il primo passo senza pensare all’ultimo”.
Trump deve essersi illuso pensando che il primo passo fosse sufficiente per la vittoria.
Eppure la guerra, una volta iniziata, assume un aspetto diverso.
Quell’aspetto cambia in continuazione.
Come “Proteo” nella mitologia greca antica, ti sfugge dalle dita trasformandosi in qualcos’altro nel momento in cui lo afferri.
In effetti, Trump sta ripetendo le debolezze che i presidenti statunitensi hanno mostrato nelle guerre americane in Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia e altrove.
Sebbene gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo distruttivo in quelle guerre, non sono riusciti a ottenere i risultati politici che avevano proposto.
Quelle amministrazioni, evitando di accettare le perdite e continuando a intensificarle, hanno causato perdite ancora maggiori.
La “fallacia della vittoria decisiva a somma zero” delle amministrazioni americane ha segnato anche le loro trattative con le forze combattenti.
Sembra che Trump sia caduto nella stessa fallacia.
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Esiste un detto: “Gli Americani faranno la cosa giusta, ma solo dopo aver esaurito tutte le opzioni sbagliate”.
Anche i precedenti presidenti di guerra hanno fatto la cosa giusta dopo aver esaurito tutte le opzioni sbagliate: perché non rimaneva nessun’altra opzione.
Questo è quanto che è successo in Vietnam, in Iraq, in Afghanistan.
La guerra non è qualcosa che può essere definito “tutto o niente”.
Le guerre che non si basano su obiettivi politici e militari realistici possono trasformarsi in un pantano per chi le inizia.
E il danno umano causato dalla pericolosa convinzione che una vittoria decisiva possa essere ottenuta solo con il successo militare è irreparabile.
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Uno dei fattori che ha avuto un ruolo nella vittoria di Barack Obama alle elezioni del 2008 è stata la sua promessa di porre fine alla guerra in Iraq.
L’opinione pubblica americana voleva che le truppe statunitensi si ritirassero dall’Iraq.
Obama ha scelto questa richiesta pubblica come uno dei pilastri principali della sua campagna.
Trump non è stupido; sa che il pubblico americano vuole che questa guerra, avviata per gli interessi di Israele, finisca.
Tuttavia, Trump non è il tipo di persona che può sopportare una ritirata.
Nonostante segnali convincenti che la strategia per la guerra in Iran non stia funzionando, preferisce correre rischi.
Il suo pregiudizio riguardo al potere americano incoraggia anche la scommessa che ha fatto.
D’altra parte, Trump è sotto pressione da parte del lobby israeliano e dei circoli affiliati.
Allo stesso modo, non bisogna dimenticare che Trump è circondato da falchi che sostengono che la guerra dovrebbe continuare finché i costi saranno sopportabili.
La dichiarazione di Trump secondo cui i costi della guerra sono sopportabili per gli Americani e che l’Iran è quasi crollato è solo retorica.
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