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GLI HOUTHI, SEMPRE MENO SCONOSCIUTI
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Gli Israeliani se ne sono accorti, i servi sciocchi di Wall Street in Europa no.
Le crisi isteriche del governo italiano e il perché di aerei militari italiani in Arabia Saudita sono spiegate da una analisi di un quotidiano israeliano.
Sono lì perché qualche imbecille stava pensando di andare a fare la guerra agli Houthi.
Questa guerra (almeno questa…) forse non si farà ed è evidente che un qualche professionista della guerra (un Israeliano? Chissà?) ha detto in chiaro agli imbecilli d’Europa che in Ucraina possono fare tutte le idiozie che vogliono, ma in Medio Oriente prima devono chiedere il permesso.
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L’articolo qui a seguire del quotidiano israeliano Haaretz, di cui diamo la traduzione integrale, ha tutto l’aspetto di un “Alto là!” in piena regola.
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https://www.haaretz.com/middle-east-news/2026-09-20/ty-article/.premium/the-houthis-hold-bab-el-mandeb-showing-they-are-more-than-irans-proxy/000001a0-bb4c-db4b-a5e0-fb4e8e1c0000?utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native
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I RIBELLI HOUTHI DELLO YEMEN HANNO PRESO IL CONTROLLO DI BAB EL-MANDEB, SFIDANDO L’INFLUENZA DELL’IRAN E DEGLI USA
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L’Arabia Saudita ha combattuto contro gli Houthi per sette anni prima di concordare un cessate il fuoco.
Ora, con Bab el-Mandeb sotto il loro controllo, gli Houthi puntano a ottenere riconoscimento, voli dall’Iran e un nuovo assetto politico nello Yemen, pur escludendo al contempo un nuovo conflitto.
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Uno degli aspetti che ha colpito Robert Worth, giornalista della rivista “The Atlantic”, durante una sua intervista ad Abd al-Malek al-Ajri, membro dell’ufficio politico degli Houthi, è stato il suo abbigliamento.
Al posto della lunga tunica tradizionale, dei sandali e del pugnale, al-Ajri sorprese il reporter presentandosi all’incontro (tenutosi nel marzo 2024 a Mascate, capitale dell’Oman) con “un blazer blu sopra una camicia”. L’abbigliamento, le danze e l’accento degli Houthi offrono materiale inesauribile per la satira e, soprattutto, in Occidente vengono percepiti come l’antitesi del potere.
Chi veste come un cavernicolo e danza brandendo spade sguainate, quasi fosse uscito da un dipinto orientalista, difficilmente può essere considerato un nemico invincibile; da un avversario potente e minaccioso ci si aspetta un abbigliamento all’altezza del ruolo.
Un pensiero analogo hanno avuto i Sovietici quando, nel 1979, hanno invaso l’Afghanistan e si sono trovati di fronte uomini in tunica e sandali che cavalcavano asini.
Dieci anni più tardi, quegli stessi mujaheddin, con missili antiaerei caricati proprio sui loro asini, hanno sconfitto i Sovietici e li hanno cacciati dal Paese.
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Una dozzina di anni più tardi, sono stati i soldati statunitensi ad affibbiare ai talebani il soprannome dispregiativo di “teste avvolte nell’asciugamano” (“towel heads”), salvo poi scoprire che quelle teste erano in grado non solo di infliggere pesanti perdite, ma anche di costringerli a lasciare il Paese in preda all’umiliazione.
Anche le “infradito” (“flip-flop”) di Hamas hanno provocato il peggior disastro nella storia di Israele; tuttavia, nella narrazione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, esse verranno ricordate per il fallimento militare, e non per il fallimento politico o concettuale di cui egli stesso è responsabile.
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Gli Houthi m, quei combattenti in tunica e sandali, hanno colto di sorpresa i servizi di “intelligence” di Israele, Stati Uniti e Medio Oriente quando hanno rapidamente conquistato la costa occidentale dello Yemen, la città portuale di Al-Mokha e l’isola di Perim, assumendo al contempo il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb.
Va detto: li hanno colti alla sprovvista anche questa volta.
Dopotutto, appena un anno e nove mesi prima, altri combattenti in tunica avevano travolto la Siria e rovesciato il regime di Assad; e circa dodici anni prima, i militanti dello Stato Islamico – vestiti di tuniche, armati di spade e a bordo di pick-up – avevano preso il controllo di alcune aree dell’Iraq e della Siria.
Chiunque avesse seguito l’avanzata degli Houthi – dal 2014, quando hanno preso il controllo di circa un terzo del territorio yemenita e di oltre il 60% della popolazione, fino alle settimane recenti – non avrebbe dovuto sorprendersi.
Più di chiunque altro, l’Arabia Saudita ha imparato a proprie spese cosa significhi combattere contro tribù armate che l’hanno logorata nel corso di circa sette anni, prima di decidere (o, più correttamente, di essere costretta dalle forti pressioni statunitensi) di firmare un cessate il fuoco con loro nel 2022.
Lo Yemen rappresenta forse la più grave sconfitta militare e politica subita da Mohammed bin Salman, il quale nel 2015 aveva presuntuosamente stimato che la guerra contro gli Houthi sarebbe stata poco più di una passeggiata in jeep nel deserto per il suo esercito e si sarebbe conclusa con una vittoria totale nel giro di poche settimane.
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Gli Houthi non hanno soltanto modificato la mappa militare e politica dello Yemen
Si sono uniti a quella schiera di organizzazioni sub-statali che hanno infranto uno dei pilastri della politica estera statunitense e della dottrina della “guerra al terrorismo”, la quale per decenni aveva sostenuto l’assenza di negoziati con le organizzazioni terroristiche.
Proprio come il presidente Donald Trump ha firmato un accordo con i talebani – gruppo incluso nell’elenco mondiale delle organizzazioni terroristiche – e ha condotto trattative dirette con Hamas, egli si è visto costretto a siglare un accordo di cessate il fuoco con gli Houthi nel maggio 2025, subito dopo averli reinseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Questo mese ha nuovamente condotto negoziati diretti con loro in Oman e ha ottenuto l’impegno a non attaccare le navi statunitensi.
Alcune fonti sostengono che anche le navi israeliane sarebbero escluse dagli attacchi.
Vale la pena ricordare che la delegazione Houthi ai negoziati in Oman era guidata dallo stesso Abd al-Malek al-Ajri, l’uomo “in giacca e camicia” responsabile della gestione della politica estera per conto del leader Houthi Abdul-Malik al-Houthi.
Per evitare l’ennesima sorpresa, è opportuno notare che, nella stessa intervista rilasciata a “The Atlantic”, al-Ajri ha spiegato come al-Houthi aspiri a diventare il leader dell’intero Yemen, e non solo di una sua metà, e come consideri il modello della Guida Suprema iraniana adatto anche a se stesso.
Ora, con lo stretto di Bab el-Mandeb sotto il suo controllo, l’offerta di un cessate il fuoco di due settimane da parte dell’Arabia Saudita, i negoziati con Trump e il mondo che paga il prezzo del rincaro del petrolio, al-Houthi può probabilmente già udire i passi del Mahdi – l’Imam Nascosto – che gli affiderà le redini del governo sull’intero Paese.
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Il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb intrappola gli Stati del Golfo, e l’Arabia Saudita in particolare, in un doppio assedio marittimo: nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso.
A prima vista, si tratta di un sistema di vasi comunicanti in cui Iran e Houthi si coordinano e traggono reciproco vantaggio dalla loro presa sui “rubinetti” dell’approvvigionamento petrolifero globale.
Tuttavia, l’idea che gli Houthi siano una mera estensione dell’Iran, subordinati a Teheran e pronti a eseguirne gli ordini, continua a trarre in inganno i decisori politici occidentali e gran parte dei media.
È vero che gli Houthi si avvalgono di armi e assistenza tecnologica iraniane e, fino a poco tempo fa, di forniture di petrolio; tuttavia, a differenza di Hezbollah, non dipendono economicamente dall’Iran e producono in proprio gran parte degli armamenti utilizzati nei loro attacchi.
Sarebbe più corretto definirli partner dell’Iran, ma partner i cui interessi non solo non sempre coincidono con quelli iraniani, ma a volte vi si contrappongono.
L’Iran, ad esempio, cerca di mantenere il monopolio sul livello di escalation, sia negli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz sia in quelli diretti contro i suoi vicini arabi.
Tuttavia, quando gli Houthi attaccano l’Arabia Saudita, le impongono un blocco navale e definiscono la loro guerra come diretta esclusivamente contro Riad – anziché come parte di una lotta basata su “fronti unificati” – tracciano un confine tra la sfera d’azione dell’Iran e la propria.
Gli Houthi, peraltro, non hanno chiesto all’Iran il permesso di negoziare con gli Stati Uniti.
Né prima del precedente cessate il fuoco, né ora.
I negoziati condotti con gli Stati Uniti, così come quelli che potrebbero intraprendere con l’Arabia Saudita, non sono necessariamente il frutto di una strategia congiunta tra Houthi e Iran.
Di conseguenza, l’Iran non ha la certezza che una richiesta rivolta agli Houthi di sospendere gli attacchi contro l’Arabia Saudita otterrebbe una risposta positiva.
A differenza di Hezbollah e delle milizie sciite in Iraq – che operano all’interno di un quadro statale riconosciuto, ingaggiando una costante lotta di potere pur facendo parte del regime e cercando di accreditarsi come garanti della sicurezza e dell’integrità territoriale dello Stato – gli Houthi non dipendono dall’Iran in qualità di “Stato ospitante”.
Lo Stato sono loro.
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Ai loro occhi, il governo ufficiale e internazionalmente riconosciuto dello Yemen è un “fantoccio dell’Occidente”, composto da “usurpatori del potere” e “illegittimo”, e deve sparire. Paradossalmente, la persona che li sta aiutando a ridisegnare gli equilibri del controllo politico è Donald Trump: prendendo le distanze dai Sauditi, egli chiarisce che si tratta di uno scontro bilaterale tra Arabia Saudita e Houthi, nel quale gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a intervenire.
Così facendo, rafforza la linea di demarcazione tra il Regno e gli Houthi, spingendo potenzialmente l’Arabia Saudita a cercare negoziati separati e un accordo con questi ultimi, per poi magari trattare in seguito anche con l’Iran.
Per inciso, un simile scenario ha sfiorato la realtà la scorsa settimana, quando i ministri degli Esteri dei paesi del Golfo (fatta eccezione per il Bahrain) e dell’Iraq avrebbero dovuto incontrare l’omologo iraniano, Abbas Araghchi, per discutere un piano congiunto volto a placare le tensioni nel Golfo e a riaprire lo Stretto di Hormuz.
Gli attacchi degli Houthi hanno impedito lo svolgimento dell’incontro, ma anche i dissidi interni al blocco del Golfo – riguardanti le modalità del negoziato con l’Iran e l’opportunità stessa di intraprenderlo – hanno indotto l’Arabia Saudita ad annullare l’appuntamento.
Tuttavia, se in passato le condizioni poste dagli Houthi avevano una natura prevalentemente tattica – come la revoca del blocco al porto di Hodeidah e ai terminal petroliferi costieri, la ripresa dei voli civili dalla Giordania e da altri paesi, il pagamento da parte saudita degli stipendi ai dipendenti pubblici (formalmente alle dipendenze del governo riconosciuto a livello internazionale, ma residenti e operanti in territori sotto controllo Houthi) e la cessazione degli attacchi contro di loro – oggi la situazione è diversa.
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Avendo assunto il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb e una serie di conquiste territoriali, gli Houthi ritengono giunto il momento di tradurre tali vittorie in vantaggi politici e diplomatici all’interno dello Yemen.
Tra questi vantaggi figurano il riconoscimento come governo legittimo del Paese, inizialmente limitato ai territori da loro controllati; la piena riapertura dello spazio aereo yemenita, che consentirebbe anche l’atterraggio di velivoli iraniani; un cospicuo budget finanziato dall’Arabia Saudita; e accordi su un nuovo assetto di governo.
È difficile accettare l’idea che individui in tunica e sandali, al controllo di metà di un povero Paese mediorientale, possano dettare la politica di una delle nazioni più ricche del mondo.
Tuttavia, anche l’opzione militare attualmente al vaglio – una vasta offensiva che coinvolga le forze armate degli Stati del Golfo, navi da guerra europee, caccia F-35 statunitensi o quantomeno squadroni di caccia pakistani – non appare al momento realistica.
Non è soltanto la dolorosa esperienza vissuta dall’Arabia Saudita durante sette anni di guerra in Yemen ad averne smorzato la volontà di intraprendere un nuovo conflitto.
Anche la logorante guerra con l’Iran – costellata di successi tattici ma priva di risultati politici – ha in gran parte fiaccato lo slancio dei sostenitori dell’opzione bellica.
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Zvi Bar’el – editorialista del quotidiano israeliano Haaretz
20 settembre 2026
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