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Bergamo in Comune | Novembre 29, 2022

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LE RADICI STORICHE DELLA CRISI DEL DONBÄSS

LE RADICI STORICHE DELLA CRISI DEL DONBÄSS

Traduzione in italiano di un articolo pubblicato su Russia Today, del 19 marzo 2022.

Russia Today è un giornale russo “on line” in lingua inglese la cui lettura è stata arbitrariamente ed illegalmente proibita ed impedita dalla Unione Europea, ma noi (discendenti da ascoltatori di Radio Londra e di Radio Mosca) lo andiamo a leggere lo stesso e, quando vi troviamo qualcosa di interessante, lo pubblichiamo.

https://www.rt.com/russia/552285-donbass-russia-ukraine-history/

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La regione ha una propria identità distinta che non corrisponde né a quella russa, né a quella ucraina.

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Gli eventi attuali hanno portato ad una rinnovata attenzione verso il Donbäss, una regione storica al confine tra Ucraina e Russia.

Quest’area è emersa abbastanza di recente all’attenzione della storia, ha sempre avuto caratteristiche proprie ed è importante cercare di capire la sua evoluzione storica per comprendere la crisi odierna, iniziata nel 2014.

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Oggi il Donbass è una regione industriale e mineraria, ma per molto tempo è stata un’area in gran parte disabitata.

La zona della steppa che correva lungo i confini meridionali della “Rus” medievale (non ancora divisa in Russia, Ucraina e Bielorussia) era chiamata “Campi selvaggi” (Wild Fields), era la patria di popoli nomadi e gli agricoltori si sono spostati a sud solo con grande difficoltà. Dopo l’invasione mongola nel 13° secolo, i “Wild Fields” erano un luogo pericoloso da frequentare.

Nel corso dei quattrocento anni successivi alcuni contadini provenienti dalla Russia e dall’Ucraina hanno iniziato a stabilirsi gradualmente nelle aree del futuro Donbäss.

Un grande cambiamento è avvenuto nel XIX Secolo quando i giacimenti di carbone ivi scoperti sono diventati indispensabili all’industria e in quell’epoca sono state fondate molte delle città senza le quali è impossibile immaginare il Donbäss di oggi.

Nel 1869 l’industriale britannico John Hughes ha costruito una fabbrica attorno alla quale è cresciuto il villaggio di Yuzovka: in seguito rinominato con vari altri nomi, Stalino incluso, fino a quando un uomo del posto non lo ha ribattezzato Donetsk nel 1961. Il nome di quest’uomo è Nikita Khruschev che da umili origini di operaio metallurgico era arrivato a guidare l’Unione Sovietica.

Nel 1868 viene fondata Kramatorsk e nel 1878 Debaltseve.

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Le città sono cresciute rapidamente e le miniere di carbone e le fabbriche in grande sviluppo hanno formato l’aspetto, unico nel suo genere, della regione. Anche il paesaggio ne è risultato completamente modificato: ovunque si vada nel moderno Donbäss, enormi discariche di scorie attirano l’attenzione.

Il Donbäss si è formato come una regione industriale e le sue città e fabbriche spesso si fondono l’una nell’altra, anche oggi.

La regione è stata abitata tramite diverse immigrazioni di coloni provenienti dalla Russia e dall’Ucraina e la sua popolazione è sempre stata molto varia, però i suoi vari popoli si sono mescolati facilmente a causa della vicinanza delle loro lingue e culture.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo lo sviluppo è stato rapido e il Donbäss che conosciamo oggi era diventato una enorme area mineraria ed industriale per l’Impero russo.

Molto è cambiato con il 1917 quando due rivoluzioni e una guerra civile hanno diviso la storia dell’intera Russia in un “prima” e in un “dopo”.

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Dopo la Rivoluzione di Febbraio e la caduta della monarchia un governo provvisorio ha governato questa regione e nel frattempo la “Rada Centrale” (1) a Kiev ha dichiarato l’autonomia dell’Ucraina e, dopo la Rivoluzione di Ottobre, l’indipendenza.

La “Rada” aveva notevoli rivendicazioni territoriali che non sono state trasformate in realtà.

Yuzovka (ora Donetsk) era una città di confine secondo le pretese della “Rada” che comunque non è mai arrivata ad esercitare una qualche autorità sulla maggior parte di questi territori e si è messa presto a questionare con il Governo Provvisorio di Pietrogrado.

Tutta la questione dei confini si sarebbe probabilmente risolta con una serie di noiosi dibatti parlamentari quando, il 7 novembre 1917, è scoppiata la rivoluzione socialista.

Dopo di questa gli eventi si sono messi a correre: a Kiev l’insurrezione comunista è stata repressa e a questa repressione gli ufficiali russi, che consideravano la “Rada” ucraina un male minore rispetto ai Rossi, hanno preso parte con zelo.

Nel frattempo, nell’est dell’autoproclamata Ucraina, si stava formando una coalizione molto insolita ed il suo centro era a Kharkov, grande città industriale che non fa parte del bacino di Donetsk ma che è ad essa strettamente legata.

La diversa identità del Donbäss era già emersa in quel momento, anche se l’area era amministrativamente divisa in tre entità che comunque avevano economia ed interessi comuni.

Mentre la “Rada” era in sessione, i consigli locali nell’est dell’Ucraina hanno annunciato l’unificazione dei bacini carboniferi del Donbass e del Krivbass che comprendeva anche città appartenenti alla regione del cosiddetto esercito cosacco del Don, come Mariupol, Krivoy Rog, amministrativamente parte della provincia di Kherson, e Kharkov.

Questa nuova entità, chiamata informalmente “Donkrivbäss” o semplicemente “Donbäss”, non rivendicava l’indipendenza e riteneva assurda l’idea di separarsi dalla Russia, volendo diventare invece una provincia autonoma al suo interno, ed i progetti di indipendenza dell’Ucraina non interessavano i suoi ideatori.

Nikolai von Ditmar, presidente del Consiglio dei Soviet dei minatori del sud della Russia, osservava:

“Industrialmente, geograficamente e all’atto pratico, questa intera area è completamente diversa da quella di Kiev. L’intero distretto ha una sua importanza fondamentale completamente indipendente per la Russia e vive una vita separata. La subordinazione amministrativa del distretto di Kharkov a Kiev non è per nulla necessaria dal momento che non corrisponde alla realtà. Tale subordinazione artificiale non farebbe altro che complicare e ostacolare la vita del distretto, tanto più che questa subordinazione sarebbe dettata da questioni di opportunità e da esigenze esterne, di fatto principalmente dalle rivendicazioni dei capi del movimento ucraino”.

Nel febbraio del 1918, Fyodor Sergeyev, un bolscevico noto nel partito con lo pseudonimo di Artyom, proclama la Repubblica Sovietica di Donetsk-Krivoy Rog (DKR) come regione autonoma all’interno della RSFSR, la Russia sovietica.

La DKR era legittima? Né di più né di meno di una qualsiasi altra entità autoproclamata formatasi sulle rovine dell’Impero russo, dove alcuni Stati proclamavano la loro indipendenza e poi crollavano nel giro di una settimana.

Un altro esempio del genere è stato la cosiddetta “Ucraina verde”, un tentativo di fondare uno stato ucraino indipendente vicino all’Oceano Pacifico. Quel progetto era incentrato sulla città di Khabarovsk che oggi dista 8.924 km da Kiev.

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Il progetto della DKR non è stata un’idea della dirigenza del Partito bolscevico. Si è sviluppato proprio come conseguenza di una identità regionale già formata. Vladimir Lenin sapeva dell’imminente creazione della DKR e non fece alcuna obiezione.

I confini che Artyom rivendicava per la repubblica erano più modesti di quelli tracciati dalla “Rada”, ma comunque molto ampi, ma il problema che aveva la DKR era lo stesso della “Rada”: il controllo effettivo sul territorio era molto debole o inesistente.

La DKR aveva un proprio governo che includeva rappresentanti dei tre partiti di sinistra: bolscevichi, menscevichi e socialrivoluzionari ed alcuni degli aspetti della sua legislazione appaiono molto insoliti e miti per gli standard del tempo e del luogo. Ad esempio, la pena di morte era stata ufficialmente vietata.

In generale, Artyom e la sua squadra avevano una reputazione tra i bolscevichi di “liberali dal cuore tenero” che ostacolavano ogni repressione e liberavano i “borghesi” dalle prigioni.

In breve, per gli standard della Russia dilaniata dalla guerra civile, la DKR era un vero e proprio caposaldo di umanità.

Non tutto però funzionava come avrebbero voluto gli ideatori della repubblica. Ad esempio: le rappresaglie arbitrarie erano vietate ma le autorità locali le praticavano segretamente. Tuttavia, la tendenza generale era molto più clemente che in altri luoghi.

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Il problema principale è stato che Artyom ed i suoi compagni non sono riusciti a mantenere il potere.

L’esercito tedesco ha continuato le sue offensive durante la Prima Guerra Mondiale ed è arrivato da ovest: le forze di Berlino hanno distrutto la DKR nel maggio del 1918.

In quel periodo il Donbäss e tutta la Russia sono precipitati nell’abisso. In un primo momento i Tedeschi hanno saccheggiato la regione che poi è diventata teatro di battaglia tra le due parti principali della guerra civile, i Bianchi ed i Rossi.

Tuttavia, la “diversità” del Donbäss non era scomparsa ed il dibattito su come organizzare il territorio è continuato fino al 1923 senza che la decisione circa il posto che la regione avrebbe dovuto occupare nel nuovo ordine fosse affatto scontata.

Le sue città erano per lo più russe sia nella lingua che nell’autoidentificazione, ma le forze di occupazione tedesche avevano installato un governo ucraino collaborazionista.

Sia i Tedeschi che gli Ucraini avevano assassinato gli oppositori politici e coloro che erano sospettati di simpatizzare con i rossi.

Allo stesso tempo il governo ucraino aveva iniziato ad attuare la sua politica di “ucrainizzazione” con il tentativo di imporre la propria lingua e identità alla popolazione locale.

Uno dei suoi primi decreti recitava:

“In tutte le istituzioni statali della regione di Kharkov, tutte le attività dovranno essere effettuate solo in lingua ucraina”.

Un altro requisito era:

“Per tutte le istituzioni si fa obbligo di sostituire tutte le scritte su cartelli, manifesti e annunci con la lingua ucraina entro tre giorni (…) Le dichiarazioni di alcuni dirigenti che affermano che è impossibile sostituire le scritte in tre giorni non sono da considerarsi convincenti perché alcuni uffici hanno già adempiuto a questo ordine (…) Se i cartelli, i manifesti, gli annunci, ecc. non saranno stati sostituiti con quelli scritti nella lingua di Stato entro il termine stabilito, allora saranno identificati i capi di distretto, dei dipartimenti dei trasporti e degli uffici postali e saranno severamente puniti secondo le leggi della Repubblica Popolare Ucraina”.

Questi tentativi non hanno avuto successo per un motivo molto semplice: non c’erano abbastanza parlanti ucraino per introdurre la lingua nelle scuole e negli uffici.

La situazione ha raggiunto livelli comici quando il responsabile della commissione per l’ “ucrainizzazione” salutava i partecipanti in ucraino, dopodiché le riunioni proseguivano con tutti che parlavano in russo.

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Dopo la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale, il Donbäss è stato facilmente ripulito dalle formazioni ucraine ed è iniziata la guerra vera: tra i Rossi ed i Bianchi.

In ogni modo la questione dello stato giuridico del Donbäss era rimasta in sospeso e né i Rossi né i Bianchi hanno mai riconosciuto alcuno stato ucraino indipendente.

I bolscevichi, invece, hanno accolto favorevolmente la creazione dell’Ucraina, ma solo se rigorosamente rossa.

Qualunque fossero le sue intenzioni, la “Rada” non era in condizione di realizzare le sue pretese con la forza e l’autorità sulle rovine della Russia poteva essere imposta solo con la minaccia delle armi.

Artyom aveva insistito che, in base ai legami economici e alla lingua della popolazione, la regione avrebbe dovuto fare parte della Russia sovietica.

Tuttavia, questa idea è stata silurata nientepopodimeno che da Lenin in persona, il quale seccamente derise l’idea di ricreare la DKR, dichiarando che Artyom era “uno che giocherella con l’indipendenza”.

La logica in base alla quale i capi sovietici hanno deciso di includere il Donbäss all’interno dell’Ucraina è interessante:

“Separare le province di Kharkov e di Ekaterinoslav (odierna Dnepropetrovsk) dall’Ucraina porterà alla nascita di una repubblica contadina piccolo-borghese e si avrà sempre il timore che la maggioranza contadina possa affermarsi anche in altri Congressi dei Soviet dal momento che gli unici distretti puramente proletari sono quelli minerari del bacino di Donetsk e di Zaporozhye”.

I bolscevichi, che erano sostenuti principalmente dai lavoratori, hanno inserito letteralmente a martellate questa regione dentro l’Ucraina proprio perché la regione industriale era molto diversa dal resto di quella repubblica.

Artyom era morto in un incidente ferroviario nel 1921 e, ovviamente, non avrebbe potuto impedirlo.

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Il Donbäss è stato incorporato nell’Ucraina sovietica senza alcuno statuto speciale e nella regione è stata lanciata una campagna di “indigenizzazione”. L’ideologia sovietica richiedeva che la cultura ufficiale, la lingua e le tradizioni di coloro che erano considerati i veri indigeni di una repubblica venissero letteralmente impiantate in tutto il territorio delle singole repubbliche nazionali.

L’URSS, soprattutto all’inizio, ha mantenuto una sorta di politica di “azione affermativa” del governo e uno dei capi della nascente Unione Sovietica, Nikolai Bukharin, ha formulato così questo compito:

“Non si può nemmeno approcciare a questo dal punto di vista dell’uguaglianza delle singole nazioni e Lenin lo ha ripetutamente dimostrato. Al contrario, dobbiamo dire che noi, come ex-grande potenza, abbiamo il dovere di (…) favorire le diseguaglianze facendo concessioni ancora maggiori alle tendenze nazionali (…) Solo con una tale politica e pagando questo prezzo, ponendoci fittiziamente in una posizione inferiore rispetto alle altre, potremo comperare la vera fiducia delle nazioni un tempo oppresse”.

La “ucrainizzazione” del Donbäss è stata allora effettuata sistematicamente e con la rigidità tipica dell’URSS.

Tutte le citazioni dei tempi in cui la regione era autonoma sono state proibite, è stato effettuato un tentativo di introdurre la lingua ucraina ovunque e, nel 1930, un certo numero di insegnanti universitari sonostati arrestati per essersi rifiutati di passare alla lingua ucraina e di adottare la “cultura ucraina”.

La “ucrainizzazione” della stampa, dell’istruzione e della cultura è continuata fino alla seconda metà di quel decennio, quando Joseph Stalin decise di dare alla politica nazionale in una direzione diversa.

Tuttavia, il carattere distintivo del Donbäss, anche se piuttosto sbiadito, non è mai completamente scomparso e lo stile di vita della regione è rimasto ancora significativamente diverso da quello del resto dell’Ucraina.

La regione industriale, di lingua russa e in gran parte etnicamente russa ha mantenuto il suo carattere distinto sia durante l’era degli incredibili sconvolgimenti nella prima metà del XX secolo che durante i tempi stagnanti della tarda URSS.

E allo stesso modo si è preservato dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991.

Evgeniy Norin

Storico russo che ha approfondito le guerre e la politica internazionale della Russia

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  • – “Rada” è un termine tradizionale ucraino che significa “Consiglio”, talvolta corrisponde a “Parlamento” o a “Soviet”.

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Testo originale in inglese:

19 Mar, 2022 14:34

Historic roots of the Donbass problem explained

The region has a distinct identity and doesn’t fit neatly into either Russia or Ukraine

Current events have brought a renewed focus on the Donbass, a historical region on the border of Ukraine and Russia. By the standards of history, this area has emerged quite recently, and has always stood a little apart. It’s important to understand its evolution when viewing this crisis, which began in 2014.

Today, Donbass is an industrial and mining region, but for a long time it was largely uninhabited. The steppe zone that ran along the southern borders of medieval ‘Rus’ (not yet divided into Russia, Ukraine, and Belarus) was called the ‘Wild Fields.’ It was home to nomadic peoples and farmers only moved south with great difficulty. After the Mongol invasion in the 13th century, the Wild Fields was a dangerous place to find yourself.

Around four hundred years, a few peasants from Russia and Ukraine began to gradually settle in the future Donbass.

A great leap forward came in the 19th century when the coal deposits discovered there became necessary for industry. It was then that many of the cities without which it is impossible to imagine today’s Donbass were founded. In 1869, the British industrialist John Hughes built a factory around which the village of Yuzovka grew – it had a few more names, including Stalino, before a local man renamed it Donetsk, in 1961.

His name was Nikita Khruschev, and he had risen from humble origins as a metal fitter to lead the Soviet Union.

In 1868, Kramatorsk appeared and, in 1878, Debaltseve. The cities grew rapidly. Coal deposits and increasing factories formed the unique ‘face’ of the region. This even applies to the landscape: wherever you go in modern Donbass, giant landfills catch your eye. Donbass was formed as an industrial region and its cities and factories often flow into one another, even today. The region was inhabited by several streams of colonists from Russia and Ukraine and its population was very diverse, but its peoples mixed easily due to the proximity of their languages and cultures.

It was meteoric development in the late 19th and early 20th centuries, when it became a huge mine and forge for the Russian Empire, that made it the Donbass we know today.

A great deal changed in 1917. Two revolutions and a civil war divided the history of the whole of Russia into ‘before’ and ‘after.’

After the February Revolution, when the monarchy fell, a Provisional Committee ruled the region. Meanwhile, the Central Rada in Kiev declared Ukraine autonomous, before making a declaration of independence after the October Revolution. The Rada made broad territorial claims, which included the territory of Donbass. However, not entirely so. Yuzovka was a border city, according to the Rada’s stipulations. The nuance was that the Rada did not exercise any authority over most of these territories, and it soon was quarreling with the Provisional Government in Petrograd.

The whole argument could have been quashed in parliamentary debates but, on November 7, 1917, the socialist revolution took place. After that, events took off at a gallop. In Kiev, the Communist uprising was suppressed, and Russian officers, who considered the Rada a lesser evil than the Reds, actively participated.

Meanwhile, in the east of the self-proclaimed Ukraine, a very unusual coalition was being formed. Its center was Kharkov, a large industrial city that was not part of the Donetsk Basin region but closely tied to it. The Donbass’ distinct identity had already emerged by that time. Although the area was administratively divided into three entities, they had a common economy and interests. While the Rada was in session, local councils in the east of Ukraine announced the unification of the Donbass and Krivbass coal basins. It also included cities belonging to the region of the Don Cossack Army, such as Mariupol and Krivoy Rog, which was administratively part of the Kherson province, as well as Kharkov. This structure, which was informally called ‘Donkrivbass’ or simply ‘Donbass,’ did not claim independence and deemed the idea of separating from Russia absurd, considering itself, instead autonomous within it. Moreover, Ukraine’s independence projects were of no interest to it creators.

Nikolai von Ditmar, chairman of the Council of Congresses of Miners of the South of Russia, noted:

“Industrially, geographically, and practically speaking, this whole area is completely different from that of Kiev. This whole district has its own completely independent fundamental importance for Russia and lives a separate life. The administrative subordination of the Kharkov district to Kiev is not called for by anything at all, but on the contrary, does not correspond with reality. Such artificial subordination will only complicate and impede the life of the district, especially since this subordination is dictated by questions of expediency and state requirements, and exclusively by the national claims of the leaders of the Ukrainian movement.”

In February of 1918, Fyodor Sergeyev, a Bolshevik known by the party pseudonym Artyom, proclaimed the Donetsk-Krivoy Rog Soviet Republic (DKR) to be an autonomous region within the RSFSR, or Soviet Russia.

Was the DKR legitimate? No more and no less than any other self-proclaimed entity formed on the ruins of the Russian Empire, where states proclaimed their independence and then collapsed in a week. Another example was “Green Ukraine,” an attempt to found an independent Ukrainian state, near the Pacific Ocean. That project centered around the city of Khabarovsk, which today is a 8,924km drive from Kiev.

The DKR project was not the idea of the leadership of the Bolshevik Party. It appeared precisely on the basis of a regional identity that had already been formed. The leader Vladimir Lenin knew of the upcoming creation of the DKR and did not object. The borders Artyom claimed for the republic were more modest than those drawn by the Rada, but still very wide. The DKR’s problem was the same as the Rada’s – actual control over the territory was very tenuous or nonexistent. The DKR had its own government, which included representatives of three left-wing parties – the Bolsheviks, Mensheviks, and Social Revolutionaries. Some of its legislation’s nuances appear very unusual and mild by the standards of the time and place. For example, the death penalty was officially banned there. In general, Artyom and his team had a reputation among the Bolsheviks as soft-hearted liberals who hindered repression and released the ‘bourgeois’ from prison.

In short, by the standards of civil war-torn Russia, the DKR was a real stronghold of humanity. In reality, everything was not going as smoothly as the creators of the republic would have liked. For example, arbitrary reprisals were prohibited but the local authorities secretly practiced them. However, the general trend was more lenient than in other places.

The main problem was that Artyom and his comrades could not hold on to power. The German army, which was continuing its offensive during the First World War, was rolling in from the west, and Berlin’s forces destroyed the DKR by May of 1918.

Donbass and all of Russia collapsed into the abyss. At first, the Germans plundered the region. Then it became the scene of battles between the Reds and Whites – the main sides in the civil war.

However, Donbass’ ‘distinctiveness’ had not disappeared. The debate over how to deal with the area continued until 1923. The region’s place in the new order was not at all obvious. Its cities were mostly Russian in both language and self-identification. However, the occupying German forces installed a collaborationist Ukrainian government. Both Germans and Ukrainians shot political opponents and those suspected of sympathizing with the Reds. At the same time, the Ukrainian government began to implement a policy of ‘Ukrainization’ – an attempt to impose its own language and identity on the local population. One of its first orders read:

“In all state institutions of the Kharkov region, all business should be conducted only in the Ukrainian language.” Another requirement was “for all institutions to replace all writing on signs, posters, and announcements with the Ukrainian language within three days… The statements from leaders claiming that it is impossible to replace the writing in three days are not considered convincing because there are already some establishments that have fulfilled this order… If signs, posters, announcements, etc have not been replaced with those containing the state language within the stipulated period, then the designated heads of districts, transportation departments, and post offices will be severely punished according to the laws of the Ukrainian People’s Republic.”

These attempts were unsuccessful for a banal reason: there were not enough experts in Ukrainian to introduce the language in schools and offices. The situation reached the level of comedy when the head of the Ukrainization commission greeted subordinates in Ukrainian, after which everyone switched to Russian.

After the defeat of Germany in the First World War, Donbass was easily cleared of Ukrainian formations, and the real struggle began – between the Reds and the Whites. However, the issue of Donbass’ status remained in question.

Neither the Reds nor the Whites recognized any independent Ukrainian states. The Bolsheviks, however, welcomed the creation of Ukraine, but only a strictly Red one. Whatever the desires of the Rada, it could not secure its claims by force of arms, and authority on the ruins of Russia could only be imposed at gunpoint.

Artyom insisted that the region should be part of Soviet Russia, basing his argument on economic ties and the language of the population. However, this idea was torpedoed by none other than Lenin, who instantly scoffed at the idea of recreating the DKR, declaring it “playing with independence.” The logic on which the Soviet leaders based Donbass’ inclusion in Ukraine is interesting:

“Separating the Kharkov and Yekaterinoslav (today Dnepropetrovsk) provinces from Ukraine will create a petty-bourgeois peasant republic and lead to perpetual fear that the peasant majority will gain the advantage at some other Congress of Soviets, because the only purely proletarian districts are the mining areas of the Donetsk basin and Zaporozhye.”

The Bolsheviks, who were supported mainly by workers, literally hammered the region into Ukraine precisely because the industrial region was very different from the rest of the republic. Artyom died in a railway accident in 1921 and, of course, couldn’t have prevented this. Donbass was incorporated into Soviet Ukraine without any special status, and a campaign of ‘indigenization’ was launched in the region. Soviet ideology called for the culture, language, and traditions of the people who were considered indigenous to this republic to be literally implanted in the national republics. The USSR, especially in the early days, maintained a kind of governmental ‘affirmative action’ policy. One of the leaders of the nascent Soviet Union, Nikolai Bukharin, formulated the task as follows:

“One cannot even approach this from the point of view of equality of nations, and Lenin has repeatedly proved this. On the contrary, we must say that we, as a former great-power nation, must… put ourselves in an unequal position by making even greater concessions to national tendencies… Only with such a policy, when we artificially put ourselves in a lower position compared to others, only at this price can we buy ourselves the real trust of formerly oppressed nations.”

The Ukrainization of Donbass was carried out systematically, and with the rigidity typical of the USSR. All mention of times when the region was autonomous were banned, there was an attempt to introduce the Ukrainian language everywhere, and, in 1930, a number of university teachers were arrested for refusing to switch to the Ukrainian language and adopt ‘Ukrainian culture.’ The Ukrainization of the press, education, and culture continued until the second half of the decade, when Joseph Stalin took national policy in different direction.

However, Donbass’ distinctiveness, although somewhat faded, had not completely disappeared. The region’s way of life still significantly differed from that in the rest of Ukraine. The industrial, Russian-speaking and largely ethnically Russian region retained its distinct character both during the era of incredible upheavals in the first half of the 20th century and the stagnant times of the late USSR. And it has, likewise, been preserved since the Soviet Union collapsed, in 1991.

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By Evgeniy Norin, a Russian historian focused on Russia’s wars and international politics

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