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IL “POLITICAMENTE CORRETTO” COME STRUMENTO DI SOPRAFFAZIONE
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Il “politicamente corretto” ci ha saturato le orecchie e la mente per decenni, da quando è iniziato il neo-liberismo, ed ha avuto la caratteristica di coprire ogni azione effettuata dal capitale contro i diritti acquisiti, presentandola come un qualcosa di assolutamente inevitabile, di necessario, di giusto, etc. di “corretto”, insomma.
Accanto a questa operazione vi è stato anche l’inserimento di una massiccia dose di ipocrisia nella terminologia da utilizzare per ogni argomento.
Questo per fare sì che i concetti diventassero evanescenti e privi di significato, operazione questa necessaria al sistema mediatico per indurre emozioni superficiali in luogo di indignazione là dove ce ne sarebbe davvero bisogno.
Si sono quindi moltiplicati i termini come “Jobs Act” per indicare la precarizzazione del lavoro, “spread” per indicare la differenza percentuale di rendimento dei titoli di Stato, “Fake News” per indicare le fandonie diffuse ad arte, etc.
Inoltre si è proceduto ad una nuova definizione, ipocritissima, dei termini della lingua volgare.
Altrimenti “le persone delle categorie interessate potrebbero sentirsi umiliate”, come se fossero tutti/e dei senza spina dorsale, non delle persone temprate dalle difficoltà e come se, con un giochetto nella terminologia, il loro problema fosse destinato ad essere risolto.
Si è proceduto quindi alla riscrittura del vocabolario e i termini valutati essere “non politicamente corretti” sono stati sostituiti da eufemismi ipocriti: i ciechi sono diventati “non vedenti”, i sordi “non udenti”, gli invalidi “diversamente abili”, etc. e contemporaneamente si è proceduto al taglio del diritto alla Sanità, indispensabile a tutti, ma in particolare alle categorie più fragili.
Che si accontentassero dell’essere definiti in un modo più evanescente! Cos’altro vogliono?

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Si può tranquillamente affermare che il “politicamente corretto” costituisce la negazione della partecipazione popolare e della democrazia e che contribuisce all’autoritarismo, vale a dire al fascismo nei fatti, mentre le parole restano demagogicamente antifasciste, antimilitariste, anticapitaliste, etc.
Ora dalla Palestina occupata giungono notizie che raccontano come una forma di “politicamente corretto”, vale a dire la costituzione di una organizzazione a parole destinata a studiare la cultura umana del passato (cosa ci può essere di meglio?), venga nei fatti utilizzata per realizzare deportazione, pulizia etnica e, in breve, genocidio.
Nei territori occupati è stato costituito e potenziato lo “Staff Officer for Archaeology” che dovrebbe realizzare solo campagne archeologiche per la scoperta e tutela dei monumenti antichi e che è, invece, diventato un’arma potente per appoggiare le rivendicazioni dei coloni sionisti sui territori palestinesi e per cacciarne gli abitanti.
Questo in piena conformità al “politicamente corretto”: centocinquanta anni fa si sterminavano i Pellerossa americani, i Bantù sudafricani, gli Aborigeni australiani, etc.
Si faceva e basta.
Oggi il “politicamente corretto” ha introdotto l’abitudine di fare lo stesso, ma con l’aggiunta di: abbiamo ragione noi e voi no!
“Sotto casa tua abbiamo scoperto un cimitero israelitico di tremila anni fa, quindi sei tu l’abusivo, quello che non ha diritto a stare qui. Vattene”!
È un episodio realmente accaduto in Palestina e perfettamente “politicamente corretto”.
Per non parlare della Moschea Al Aqsa e del Duomo della Roccia che si trovano sulla spianata del fu Tempio di Erode, inesistente da quasi duemila anni, per cui l’archeologia di quella collina secondo i sionisti non farebbe altro che trovare “strade sacre” sotterranee e altri “resti sacri”.
Quindi si deve demolire tutto quanto è stato costruito sopra e ripristinare il tempio.
Però lì sotto sono state scoperte anche le stalle dei Templari e dell’Ordine di San Giovanni, tuttora esistente e con sede a Roma; quindi anche noi dovremmo avere il diritto di poter tornare in Terra Santa a sterminare tutti, sarebbe “politicamente corretto”.
Robe da chiodi (o da anticristo)…
Almeno per chi insiste a voler fare della Ragione la propria guida di vita.
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Vi proponiamo due articoli, uno intero e l’altro in versione ridotta, che vengono da Israele e che raccontano come, formalmente in nome della scienza della Archeologia, i sionisti stiano appunto procedendo alla confisca di terre e alla deportazione degli abitanti.
In modo “politicamente corretto”, però…
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Ponte Tresa (VA), 06.IX.2026
Marco Brusa
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IN VISTA DELLE ELEZIONI, ISRAELE ACCELERA LE CONFISCHE DI TERRE IN CISGIORDANIA PER MEZZO DELLA ARCHEOLOGIA
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https://www.haaretz.com/israel-news/elections/2026-09-02/ty-article/.premium/ahead-of-the-election-israel-speeds-west-bank-land-seizures-through-archaeology/000001a0-6169-d44f-a5b2-f7f906460000?utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native&fromLogin=success
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Lo Staff Officer for Archaeology, un tempo una piccola unità e ora destinataria di vasti finanziamenti governativi, viene utilizzata per l’occupazione di terre, incluse quelle in Area B, e per scacciare i Palestinesi.
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Negli ultimi mesi, il governo ha accelerato l’acquisizione dei terreni in Cisgiordania, inclusa l’Area B, tramite l’unità di Amministrazione Civile responsabile dei siti archeologici. Il suo obiettivo dichiarato è stabilire i fatti sul campo prima delle elezioni.
Fino a pochi anni fa lo Staff Officer for Archaeology (noto con l’acronimo ebraico Kamat) era una piccola unità dell’Amministrazione Civile responsabile della supervisione dei siti archeologici e della conduzione di scavi di recupero volti a garantire che le aree destinate a nuove edificazioni non contenessero ritrovamenti archeologici significativi.
Nel 2019, l’unità contava 10 dipendenti e un budget di circa 14 milioni di shekel (circa 4,6 milioni di dollari)
Da allora, tuttavia, i coloni hanno sviluppato un interesse crescente per l’archeologia.
Allo stesso tempo, hanno imparato a riconoscere che i siti archeologici possono essere utilizzati per effettuare occupazione di terre e cacciare i residenti palestinesi.
Questi sviluppi hanno portato a cambiamenti di profonda portata nell’unità.
I finanziamenti hanno iniziato ad affluire e lo Staff Officer for Archaeology si è trasformato da un organismo che rispondeva a richieste, come reclami per danni a siti archeologici e richieste da parte di appaltatori o dell’Amministrazione Civile per scavi, in un’agenzia proattiva e braccio esecutivo del Ministero del Patrimonio in Cisgiordania.
Oggi l’unità conta circa 60 dipendenti e un budget di circa 124 milioni di shekel (circa 41 milioni di dollari), un aumento di quasi l’800 percento in sette anni.
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La scorsa settimana, diciannove cittadini singalesi sono arrivati in Israele per lavorare agli scavi archeologici dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania.
Lo Staff Officer for Archaeology ha deciso di coinvolgerli perché gli insediamenti in Cisgiordania non permettono ai Palestinesi di lavorare all’interno dei loro confini.
Assumere i lavoratori dello Sri Lanka costa significativamente di più rispetto a quelli palestinesi che hanno lavorato agli scavi fino a poco tempo fa.
Circa un mese fa, il Ministero del Patrimonio si è vantato sul canale filo-governativo 14 di trasferire 113 milioni di shekel per progetti di sviluppo e accessibilità in settanta siti in Cisgiordania.
Una fonte a conoscenza dei dettagli ha detto che i finanziamenti, previsti per un periodo di cinque anni, non sono ancora stati trasferiti; tuttavia, secondo The Budget Key, un sito web che raccoglie dati sul bilancio statale e la spesa pubblica di Israele, a luglio sono stati effettuati due trasferimenti di bilancio a questo scopo al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori: uno per 35,5 milioni di shekel e un altro per 64 milioni di shekel.
Attualmente sono in corso lavori in dieci dei settanta siti.
Alcuni dei progetti promossi dal Ministero del Patrimonio non sono iniziative archeologiche, tipo la costruzione di un anfiteatro.
Secondo la fonte, tuttavia, lo Staff Officer for Archaeology funge da braccio esecutivo sia del Ministero del Patrimonio sia dei consigli regionali.
Un giorno prima del rapporto di Channel 14, il sito Arutz Sheva ha pubblicato un’intervista con il Direttore Generale del Ministero del Patrimonio, Itay Granek.
Costui ha detto che un comitato direttivo governativo ha approvato ulteriori progressi sul piano generale “Derech Eretz Moreshet”, in base al quale circa mezzo miliardo di shekel saranno investiti nella conservazione, sviluppo e per rendere accessibili i siti antichi della Cisgiordania, oltre a combattere il furto di antichità e il boicottaggio accademico.
Granek ha discusso piani per istituire un parco nazionale a Sebastia, svolgere lavori di conservazione presso la Piscina di Erode vicino a Erodione al costo di circa 3 milioni di shekel e investire 10 milioni di shekel nei Pozzi di Salomone.
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Se un nuovo governo dovesse salire al potere, ha detto Granek, le sue priorità potrebbero cambiare.
Per questo motivo, “stiamo ora lavorando con tutte le nostre forze per stabilire quanti più fatti possibili sul campo e preservare l’immenso patrimonio della Giudea e della Samaria per le generazioni future.”
Il Ministero del Patrimonio non ha risposto alla domanda di Haaretz sul fatto che i fondi per i Pozzi di Salomone sarebbero stati trasferiti tramite l’Ufficiale di Stato Maggiore per l’Archeologia o assegnati direttamente dal bilancio statale.
Parallelamente all’espansione delle attività dell’Ufficiale di Stato Maggiore per l’Archeologia, un disegno di legge per istituire una nuova autorità per le antichità in Cisgiordania ha raggiunto le sue fasi finali.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha bloccato però a giugno, prima che potesse essere portato al secondo e terzo voto.
Questo disegno di legge inizialmente mirava ad estendere i poteri dell’Autorità Israeliana per le Antichità alla Cisgiordania.
Ha avuto approvazione in un voto preliminare alla Knesset, ma l’Autorità Israeliana per le Antichità si è successivamente opposta, citando preoccupazioni che una legge del genere potesse danneggiare la cooperazione internazionale e la ricerca accademica.
Anche il personale professionale della Commissione Educazione della Knesset, che discuteva la legislazione, si è opposto.
Il disegno di legge è stato quindi modificato per prevedere l’istituzione di una nuova e separata autorità.
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Secondo la versione che ha superato il primo voto, la nuova autorità avrebbe assunto i poteri dello Staff Officer for Archaeology e includeva un consiglio pubblico nominato dal ministro del patrimonio.
Con l’approvazione di questo consiglio, lo Staff Officer for Archaeology sarebbe anche autorizzato a trasferire i propri poteri in un determinato sito a un’autorità locale o a una corporazione.
Il deputato Amit Halevi (Likud), che ha presentato il disegno di legge, ha anch’egli chiesto, insieme al presidente della Commissione Istruzione della Knesset Tzvi Succot (Sionismo Religioso), di includere la Striscia di Gaza sotto la nuova autorità, contrariamente alla posizione del Ministero della Difesa.
Il Ministero della Difesa ha avvertito che la proposta avrebbe sollevato difficoltà legali perché avrebbe creato un precedente in cui una società israeliana esercitasse poteri governativi in Cisgiordania.
Ha inoltre sostenuto che l’applicazione della legge a Gaza potrebbe essere vista come un’annessione de facto, in violazione del piano Trump.
A maggio, il governo ha anche deciso di stanziare circa un quarto di miliardo di shekel per progetti che riguardano il salvataggio, la conservazione, lo sviluppo e l’accessibilità di siti storici e antichi in Cisgiordania.
La nuova autorità doveva essere istituita anche con questi fondi.
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