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URBANISTICA: COSA HANNO IN COMUNE MILANO E BERGAMO?
Striscione apparso in piazza Dante dopo il fallimento del “Meteor Crater”.
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Lo scandalo dell’Urbanistica sta travolgendo Milano. In realtà la situazione, da un punto di vista degli effetti urbanistici, non appare molto diversa in molte città, compresa Bergamo.
Infatti l’urbanistica oggi è basata sui criteri della riqualificazione urbana a Milano come Bergamo e ha diversi denominatori comuni: la “deregulation”, il disinteresse per il bene pubblico e il concentrarsi nel favorire i privati.
Certo, a Bergamo non ci sono i palazzi costruiti nei cortili o i grattacieli fatti passare per ristrutturazioni, ma le cose non vanno affatto bene.
Inoltre il modello di valorizzazione urbana che si è imposto a Bergamo non ha raggiunto i risultati attesi, ma è palesemente in crisi.
Dietro la facciata della riqualificazione qual è l’idea che ha sotteso al l’abnorme crescita edilizia in corso?
Partendo dalla tumultuosa crescita dell’aeroporto, ormai diventato il terzo per passeggeri in Italia, è stata immaginata una città in cui i cittadini originari contassero, e fossero, sempre di meno a vantaggio dell’aumento degli “Users city”.
“Users city”, vale a dire utenti temporanei degli spazi urbani.
“Users city” che dovevano giungere a Bergamo a basso costo grazie al low cost.
Sono professionisti, turisti e consumatori di eventi (culturali e sportivi), ma anche studenti, lavoratori dell’istruzione, della sanità e dei servizi pubblici.
Persone che transitano o risiedono temporaneamente nella città.
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Gli investimenti immobiliari di non molto tempo fa.
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Non casualmente Bergamo è diventata dal nulla una meta turistica, una città in cui brulicano i B&B a scapito delle famiglie residenti che ormai non trovano più alloggi in affitto.
Una città gentrificata in cui il commercio di prossimità sta scomparendo e dove è esploso il fenomeno del “street food”.
La gestione dell’urbanistica e dell’edilizia a Bergamo ha portato in primo piano il tema del governo delle trasformazioni urbane.
Ma chi ci ha guadagnato da questo modello di sviluppo basato sulla valorizzazione immobiliare, quali gruppi sociali sono stati coinvolti e quali esclusi?
Dobbiamo considerare il modello di sviluppo o, meglio, di accumulazione, della città gli squilibri distributivi che ha generato.
Si tratta di un modello nel quale l’accumulazione per via fondiaria e immobiliare ha assunto un peso crescente fino a diventare il principale fattore strutturante dell’intera economia urbana (e più precisamente il fattore cui gli altri settori economici devono pagare un contributo crescente).
Un modello che vede alcuni gruppi sociali vincenti, altri perdenti, e nel mezzo una sempre più difficile definizione di cosa sia l’interesse pubblico o, meglio, collettivo.
Fra i vincenti vi sono sicuramente le nuove élite economiche e finanziarie che si sono riposizionate a presidio di quello che David Harvey definisce come il secondo circuito del capitale, ovvero quello immobiliare, ma anche una parte cospicua di ceti medi e superiori che, in modi diversi, hanno potuto partecipare agli imponenti processi di valorizzazione immobiliare che si sono prodotti in questo decennio.
Infatti, il grande capitale organizzato locale (tralasciamo di fare i nomi, tanto li conoscono tutti…) non è come ovvio l’unico attore di questa fase dell’evoluzione di Bergamo.
Basta superare le semplificazioni sui fenomeni in atto in città per capire che la proprietà diffusa, e in particolare quella di valore elevato concentrata fra i ceti medi e superiori (che a Bergamo tradizionalmente si concentrano in città rispetto alla provincia), rappresenta la massa diffusa di questo modello di accumulazione.
È questa la base di consenso che ha garantito al PD, a trazione liberista, di diventare elettoralmente egemone in città con un progetto sociale che potremmo definire di destra economica.
Un progetto che nulla, infatti, ha a che vedere con i valori di giustizia sociale e redistribuzione delle ricchezze tipiche della sinistra, oggi a Bergamo le diseguaglianze sociali si sono allargate a dismisura.
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Deve essere, infatti, considerato il vantaggio economico e simbolico che parte dei ceti medi e superiori urbani hanno tratto da questa fase del capitalismo urbano.
Al di là dei vantaggi finanziari, l’immaginario di una città moderna, di fatto tendenzialmente esclusiva, ma simbolicamente attraente perché tecnologicamente avanzata, sostenibile e che assicura una persistente valorizzazione degli investimenti ha avuto e tuttora esercita un forte carica egemonica su un ampio spettro di classi sociali.
Ed è questa carica egemonica a rendere complesso disvelare le implicazioni negative di questo modello, anche per i ceti che ne traggono qualche vantaggio finanziario immediato.
Per risiedere a Bergamo oggi bisogna essere parte dei ceti superiori oppure dei ceti medi patrimonializzati, ovvero i ceti medi che ereditano un alloggio oppure il capitale per acquistarlo: essere ceto medio dal punto di vista esclusivamente dei redditi o del capitale culturale non è più sufficiente per accedere alla proprietà e alla cittadinanza.
Ma come abbiamo detto la città proprietaria ha bisogno che vi siano popolazioni mobili per la sua stessa riproduzione e valorizzazione.
E questa è la fonte principale del latente conflitto sociale fra rigidità del modello proprietario e l’altra dimensione essenziale del capitalismo urbano contemporaneo, ovvero la sua necessità strutturale sia di lavoro cognitivo, sia di lavoro nei servizi a basso valore aggiunto.
Lavoro che – considerate le sue condizioni di strutturale precarietà e i bassi redditi – tende a vivere invece prevalentemente in affitto, e anche, come abbiamo detto, in quota consistente in forma temporanea.
La democrazia locale a Bergamo è quindi sempre più una democrazia proprietaria, che di fatto esclude molti dei suoi abitanti, perché non residenti o irregolari.
Significativo in questo senso il dibattito sulla partecipazione con l’abolizione delle circoscrizioni e la creazione delle reti di quartiere, strutture pseudo democratiche ad “usum delfini”.
Un dibattito che ha portato uno degli ultimi Sindaci a dichiarare che “il suffragio universale un orpello novecentesco che deve essere superato” (sic).
La base di legittimazione della amministrazione comunale corrisponde, fra forme di esclusione “de jure” e astensionismo di massa dei ceti popolari, a una frazione minoritaria della città reale.
In altre parole: tutti gli abitanti creano valore, solo una parte se ne appropria, e ancora meno decidono come governarne la creazione e distribuzione.
Siamo in sostanza a un sistema democratico, ma di tipo oligarchico.
A Bergamo la giunta Bruni (2004-2009) aveva in qualche modo accettato una timida sperimentazione della partecipazione popolare, della difesa degli interessi dei ceti subalterni (PdZ) e ambientali (cintura Verde/Parco Agricolo).
È poi seguito il periodo della giunta Tentorio (2009-2014) caratterizzato da politiche conservatrici che tendevano a impedire l’accesso al mercato immobiliare ai grandi gruppi finanziari e esterni alla città, preservando il monopolio di attori immobiliari di vecchio tipo.
Quelli che potremmo definire “palazzinari” relativamente localizzati e non molto finanziarizzati.
Il decennio del PD a trazione Gori (2014-2024) è stato un periodo di reazione all’immobilismo da parte della fazione più dinamica e finanziarizzata della classe dirigente.
C’è stata una grande accelerazione, ma che dopo un decennio possiamo dirlo con certezza, non ha sortito i risultati attesi e oggi attraversa una crisi evidente.
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La mobilitazione contraria al nuovo modello di valorizzazione urbana è stata scarsa, intrisa da compromessi e ambiguità.
Non a caso una parte della “sinistra” è stata parte dell’amministrazione e ha alla fine votato ogni scelta imposta dalla fazione vincente della borghesia.
La stessa richiesta reiterata di partecipazione, di cui tanto si è discusso, non ha portato a riflettere sulla principale posta in gioco (l’urbanistica, il modello di sviluppo e di accumulazione della città), ma bensì a discutere di oggetti meno rilevanti (la difesa alcuni spazi pubblici o la denuncia delle operazioni più incoerenti).
Una opposizione limitata e che si autolimitava, magari nel nome del superamento di orizzonti ritenuti ideologici, e che è risultata al fine priva di orizzonti strategici e in definitiva di prospettive di reale cambiamento e che si è esaurita in inconcludenti e timide battaglie secondarie.
Vi sono state anche forme di opposizione di singoli proprietari, spesso cavalcati dal centrodestra senza molto costrutto elettorale, che hanno visto negli interventi di densificazione edilizia una minaccia per il godimento dei loro diritti di proprietà e della qualità della vita.
Una certa opposizione più significativa si è avuta da parte di alcuni comitati territoriali e c’è stata la novità dell’emergere di nuovi attori e mobilitazioni sulla casa che non aveva precedenti recenti.
Tuttavia il campo degli attori sociali appare ancora piuttosto limitato.
Quindi, la domanda fondamentale che occorre farsi è quali siano i gruppi sociali e gli interessi di cui, in negativo, si nota l’assenza a Bergamo.
E non sono i cittadini, genericamente intesi. Sono soprattutto alcuni gruppi sociali – i nuovi ceti popolari, nella loro varietà e articolazione e con i loro bisogni – i cui livelli di partecipazione al governo urbano sono giunti al punto più basso dal 1945 a oggi.
Non è sempre stato così, e non è un destino ineluttabile.
Ma per fare in modo che non lo sia serve un lavoro sociale e politico di lungo periodo.
E da questa nuova fase che dipende la possibilità che il governo delle città assuma caratteri insorgenti e non quelli odierni tecnocratici.
Il tema dell’abitare e del governo dei processi urbani in generale rappresenta un terreno di mobilitazione e partecipazione molto difficile a cui tuttavia va riconosciuto, oggi più che mai, una inevitabile centralità.
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Bergamo, 15.08.2025
Francesco Macario – Ex-assessore all’edilizia privata della Giunta Bruni.
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