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Bergamo in Comune | 15 Febbraio 2026

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GIORNATA DI QUALE MEMORIA?

GIORNATA DI QUALE MEMORIA?

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Il 27 gennaio non è più una data, ma un paradosso urlante che squarcia il velo dell’ipocrisia internazionale.

Se il senso profondo della Giornata della Memoria risiede nel monito universale del “Mai Più”, oggi quel grido appare come un guscio vuoto, una liturgia civile svuotata di ogni etica che si consuma nel silenzio assordante di fronte a ciò che sta accadendo in Palestina.

Celebrare la liberazione di Auschwitz mentre le immagini di Gaza rasa al suolo scorrono in tempo reale sui nostri schermi costituisce un esercizio di dissonanza cognitiva che sfiora il cinismo più atroce.

Non si può onorare la memoria delle vittime di ieri ignorando il massacro sistematico, la fame indotta e la distruzione totale di un popolo che avviene oggi, sotto i nostri occhi complici.

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La memoria, quando viene cristallizzata in un monumento statico e intoccabile, smette di essere uno strumento di giustizia per trasformarsi in un’arma di distrazione di massa.

E’ diventato ormai inaccettabile che la tragedia della Shoah venga strumentalizzata come scudo strategico per rendere impronunciabile la critica verso le politiche del governo di Israele.

Si assiste a una manipolazione del linguaggio in cui il concetto di diritto alla difesa viene piegato fino a coprire quella che corti e organizzazioni internazionali definiscono apertamente come una campagna genocida.

Utilizzare il trauma storico di un popolo come salvacondotto per perpetrare un’occupazione brutale è il peggior insulto possibile alla dignità di chi ha subito lo sterminio nazista.

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Il “Mai Più” non è mai stato un impegno esclusivo o un privilegio di una sola parte, ma un contratto sociale universale.

Se questo principio vale solo per alcuni e non per altri, allora perde ogni valore e diventa pura propaganda.

Vedere un governo che si dichiara erede della memoria delle vittime applicare tattiche di assedio totale e bombardamenti indiscriminati contro una popolazione civile segregata svuota il 27 gennaio di ogni autorità morale.

La vera memoria oggi non abita più nelle sale dei palazzi governativi o nelle corone di fiori delle cerimonie ufficiali, ma tra le macerie di Khan Yunis e negli ospedali di fortuna di Rafah, dove il diritto alla vita viene calpestato ogni ora.

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Questa ricorrenza rischia di ridursi a una parata di retorica se non si ha il coraggio di riconoscere che una memoria che non impara è, nei fatti, una forma di smemoratezza colpevole.

Mentre le istituzioni si preparano a celebrare il passato, dovremmo chiederci che senso abbia ricordare l’orrore di ieri se restiamo inerti davanti all’orrore di oggi.

Se la memoria non serve a fermare la mano che uccide nel presente, essa non è altro che un rituale estetico, un modo per l’Occidente di lavarsi la coscienza mentre continua a sostenere, politicamente e militarmente, la cancellazione di un altro popolo.

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Il solo modo onesto di ricordare è trasformare quel ricordo in un grido di condanna contro ogni forma di sterminio attuale.

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Autore non identificato, inviato da Francesco Macario

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