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COME SIAMO MESSI A FUKUSHIMA?
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Mentre ignorantoni di varia levatura cialtroneggiano di un eventuale “ritorno al nucleare” che sarebbe necessario pur di non fare pace con Vladimiro, Fukushima non fa più notizia sul sistema mediatico, non se ne parla più e il messaggio che viene indotto da questo non più parlarne è che la situazione in un qualche modo è sotto controllo, ma non è per nulla vero.
Per saperne di più siamo andati a fare un giro sulla stampa giapponese in lingua inglese, ma non abbiamo trovato molte notizie, quelle poche che abbiamo trovato ve le raccontiamo ora ed effettuiamo un breve riepilogo della situazione attuale dei principali siti nucleari “civili” dove è avvenuta la fusione del nocciolo ed escludiamo le contaminazioni dovute ad attività militari.
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A Three Mile Island la bonifica è ora considerata essere terminata e circa centocinquanta tonnellate (sic) di combustibile nucleare e di scorie radioattive, inseparabilmente fuse insieme, sono state portate in Idaho e “temporaneamente” immagazzinate presso il National Engineering Laboratory del Dipartimento dell’Energia statunitense.
Non esistono previsioni credibili circa il loro smaltimento, sono immagazzinate lì e basta.
L’acqua di raffreddamento contaminata che era fuoriuscita nell’edificio di contenimento è stata assorbita dal cemento e ha reso la sua rimozione e quella di tutti gli altri residui radioattivi troppo complessa.
Nel 2020 il sito è stato acquistato da una società per lo smaltimento dei rifiuti, la “TMI-2 Solutions”, di proprietà di un insieme di società finanziarie USA con lo scopo effettuarne la bonifica con una spesa inferiore a quella dei finanziamenti disponibili.
Microsoft si è detta disponibile ad acquistare l’energia prodotta dal primo reattore di Three Mile Island, quello non coinvolto nell’incidente, per soddisfare parte dell’immenso fabbisogno energetico del settore informatico e si parla di una sua nuova entrata in funzione nel 2028.
Nel maggio 2023 TMI-2 Solutions ha annunciato che il 99% del combustibile nucleare è stato ripulito dal secondo reattore e che il sito è sotto operazioni di bonifica che si prevede dureranno fino 2052 (sic), ma si tratta di una data né dimostrabile, né probabile.
Inizialmente l’azienda aveva pianificato di terminare i lavori entro il 2037, ma ora afferma che sono le attuali condizioni del mercato a causare ritardi (sic, di nuovo) e non si preoccupa nemmeno di trovare una scusa credibile.

A Chernobyl le circa centonovantadue ÷ centonovantotto (i dati non sono precisi) tonnellate di combustibile e scorie nucleari fuse si trovano oggi quasi tutte nelle fondamenta del reattore e a spasso per la biosfera sono andati “solo” i prodotti di fissione volatili o solubili in acqua.
Il primo “sarcofago” di contenimento, made in URSS, è stato un colabrodo che lasciava entrare l’acqua piovana, che andava a trovare il nocciolo fuso, moderava i neutroni e causava una non mai ben compresa reazione a catena con conseguente produzione di calore e di scorie radioattive anche volatili che se ne uscivano in parte dal “sarcofago” per andare anche loro a spasso per la biosfera.
La costruzione di un nuovo sarcofago, e la relativa raccolta dei fondi (circa un miliardo di US Dollars), è stata decisa nientepopò di meno che da una riunione del G7 e i lavori sono stati assegnati ad un consorzio di imprese francese che, tra l’altro, ha assegnato uno degli appalti principali ad una officina italiana di San Giorgio di Mosezzo in provincia di Novara.
Si è stimato (non sappiamo come) che questa nuova struttura, la cui costruzione è terminata nel 2016, dovrebbe mettere in sicurezza il sito per almeno un centinaio di anni.
Da segnalare come, nel corso della attuale guerra in Ucraina, entrambe le parti si siano ben guardate dal toccare il nuovo “sarcofago” e come, invece, si sia fatto ampio utilizzo del cosiddetto “Metodo Seveso”, vale a dire l’impedire la raccolta di dati sanitari completi dalla popolazione contaminata: basti dire che un decreto del 1988 dell’URSS ha proibito ai dottori di citare l’esposizione a radiazioni come causa di morte o di malattia.
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Ottocentottanta tonnellate (880.000 kg o 880.000.000 grammi) di combustibile nucleare fuso si trovano dentro, o sotto, i sotterranei di tre reattori a Fukushima, se non nella falda molto vicino ad essa (non si sa), e i supertecnologici Giapunät sono riusciti, sì e no, ad estrarre un paio di volte “un detrito di combustibile nucleare fuso di dimensioni inferiori a cinque millimetri”, meno di un grammo…
Un braccio robotico lungo ventidue metri e con diciotto articolazioni è in fase di sviluppo dall’autunno 2018 da parte di Mitsubishi Heavy Industries Ltd. e di una società britannica dell’industria nucleare per riuscire ad estrarre campioni del nocciolo fuso.
Tale dispositivo non è ancora riuscito a diventare operativo e nel novembre 2024, è stato utilizzato un dispositivo più semplice e completamente diverso per ottenere il primo campione, letteralmente microscopico, del nocciolo fuso.
Questo stesso dispositivo è stato utilizzato nel secondo test di recupero all’inizio di aprile 2025, mentre continuano le problematiche del braccio robotico.

Secondo i piani elaborati dal governo giapponese e dalla società proprietaria degli impianti, la TEPCo, i lavori di rimozione del combustibile fuso avrebbero dovuto iniziare nel 2021 e questa attività è stata rinviata tre volte, ufficialmente a causa della pandemia di COVID-19 e di malfunzionamenti meccanici, anche in questo caso non ci si è molto preoccupati di trovare una scusa credibile.
Non si sa se questo aggeggio sarà mai in grado di funzionare per estrarre il combustibile ed i prodotti di fissione dai reattori.
Rassegniamoci: il lavoro di decontaminazione dei reattori nucleari di Fukushima, sempre ammesso che sarà mai terminato, durerà più a lungo delle nostre vite (e di quelle dei nostri nipoti).
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https://www.asahi.com/ajw/articles/15704793
https://www.asahi.com/ajw/articles/15721915
https://www.asahi.com/ajw/articles/15498260
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Bergamo, 15.V.2025
ing. Marco Brusa
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