Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Bergamo in Comune | 15 Febbraio 2026

Scroll to top

Top

No Comments

ANCORA SULL’IRAN (E SULL’IRA)

ANCORA SULL’IRAN (E SULL’IRA)

.

In Iran esiste una forma di governo che, secondo I canoni della democrazia elettiva, è effettivamente una dittatura.

Dittatura molto strana, dal momento che le minoranze, siano esse cristiane, ebraiche, zoroastriane, armene o azere, etc. sono tutelate molto più che negli altri Paesi della regione, Turchia e Arabia Saudita in primo luogo.

Di questo chi scrive ha avuto modo di rendersene conto personalmente in una serie di viaggi di lavoro tra Tehran, Qum (sì, anche la città santa di Qum), Arak, Shiraz e Kerman (non lontano dall’Afghanistan).

Questo non vuole dire che non ci siano tensioni sia sociali che nazionaliste, soprattutto in Kurdistan, Loristan e Baluchistan.

Il cosiddetto movimento di liberazione del Baluchistan è sunnita integralista e, secondo il nostro modo di pensare, molto peggiore (perdonate l’iperbole) di quanto può essere la Repubblica Islamica.

Inoltre è indubbio che i Curdi iraniani risentano molto dell’influenza USA e non siamo in grado di dirvi molto a proposito del Loristan.

Ne consegue che la situazione interna non è un qualcosa di idilliaco, in stile Canton Ticino o BeNeLux per intenderci, ma bisogna considerare soprattutto la situazione internazionale in cui si trova l’Iran, ormai unico alleato di Russia e Cina nella regione e ben capace di menarle allo Stato sionista.

.

.

I gruppi politici che dicono di agire entro i confini iraniani sono da considerare con estrema diffidenza perché, quasi sempre, o sono fuoriusciti dei tempi dello Scià (esuli cubani a Miami, tipo Marco Rubio, per fare un paragone), o gruppi dal nome storico significativo, ma di cui non si sa bene chi li stia dirigendo/gestendo ora.

Questo vale sia per i Mujaheddin, curdi o di altra tipologia, sia per l’ex-filosovietico partito comunista Tudeh.

A fine anni ‘70 chi scrive, ma anche altri che risiedono nella Bergamasca, ha partecipato attivamente alle iniziative contro lo scià dei compagni iraniani della Confederation of Iranian Students – National Union (CIS-NU) e costoro parlavano del Tudeh come di un qualcosa che già all’epoca apparteneva al passato.

Praticamente avevano con esso un rapporto inesistente, infinitamente minore di quello che noi, comunque e in un qualche modo, avevamo all’epoca con il PCI.

Allora il Tudeh non lo abbiamo mai visto, non esisteva tra gli studenti iraniani in Italia e oggi gli ultimi suoi esponenti storici noti all’estero risultano scomparsi da decenni per ragioni anagrafiche.

Quindi si tratta di una struttura di cui non è possibile determinare da chi è ora effettivamente diretta.

Si sa che ha legami con il Partito Comunista Israeliano che, a sua volta, sembra essere uno strano miscuglio di compagni e di gente di altro genere.

Bisogna pure considerare che la “creazione” di partiti e movimenti di liberazione civetta è oggettivamente una costante di questi tempi, anche se preferiamo non citarne esempi.

.

In molte situazioni nessuno al giorno d’oggi può sapere con precisione chi è una “civetta” e chi è un serissimo gruppo di compagni sopravvissuto ai tempi più duri e pronto a ricominciare.

Esempi del genere, di gruppi distrutti dalla repressione alcuni dei cui membri sono rimasti “in sonno” per decenni (per secoli nel caso dei Cattolici di Nagasaki) salvo poi risvegliarsi e riemergere come se niente fosse non appena le circostanze lo hanno permesso, ne è piena la storia.

.

.

Un esempio per tutti: l’eroico Sinn Fein, di cui non è stato volutamente ricordato il nome, che in Irlanda del Nord aveva ricevuto l’ordine di “andare in sonno” nel 1922, che prima o poi avrebbe ricevuto ulteriori ordini o che avrebbe capito da solo quando sarebbe stato il momento di “risvegliarsi”.

Stracciando il record di alcuni Giapponesi nel Pacifico, nel 1968, ormai settantenne, quando la teppaglia unionista ha cercato di fare un pogrom nel suo quartiere di Belfast si è immediatamente “risvegliato”, ha tirato fuori il Lee Enfield della Grande Guerra, perfettamente conservato e ingrassato per quasi cinquanta anni, la bandiera, subito bene esposta (gli Irlandesi ci tengono a queste cose: l’IRA è una forza armata, non un gruppo terroristico; quindi, sempre con la bandiera) e…

“VICTORY TO IRISH REPUBLICAN ARMY!”

PUM! Ta-tlak.

PUM! Ta-tlak.

PUM! Ta-tlak.

Etc.

Ne ha “bucati” una dozzina.

.

Per la cronaca, molti dei “bucati” sono poi sopravvissuti perché le leggi di guerra non scritte dell’IRA proibiscono di infierire sul nemico fuori combattimento: o lo si ammazza subito o, altrimenti, non si ostacolano le ambulanze (salvo nel caso che si decida di fare esplodere un secondo ordigno perché si sa che quelli che accorreranno sono tutti parà inglesi, è successa anche roba del genere…).

Dopo di questo ha arruolato seduta stante gli allibiti giovani del quartiere che avevano tentato una raffazzonata resistenza e che stavano per essere massacrati, distribuendo loro le armi dei “bucati”, ordinando di costruire barricate, di presidiarle, etc.; in questo modo ha dato un contributo decisivo alla ricostituzione dell’Irish Republican Army a Belfast.

.

.

Al giorno d’oggi, in cui stiamo assistendo ad un rimescolamento completo delle carte e delle alleanze (vedasi anche la questione della Groenlandia, con i “poveri” Danesi che credevano di essere più realisti del re nella NATO e nella guerra in Ucraina e che si ritrovano presi a pesciate surgelate in faccia da Don Aldo) ed in cui stiamo assistendo a tanti cambiamenti di campo (magari anche inneggianti a Chavez e a Bolivar), la comparsa improvvisa di vecchie sigle più o meno dimenticate deve essere accolta comunque con diffidenza.

Può benissimo trattarsi di un loro utilizzo, più o meno improprio, per una operazione mediatica “politicamente corretta” per indebolire “da sinistra” antagonisti reali allo Stato sionista o al Fondo Monetario Internazionale.

Non sappiamo cosa siano ora queste sigle e non possiamo saperlo fino a quando la situazione non si chiarirà nelle azioni pratiche, ma la diffidenza verso queste antiche sigle improvvisamente risorte dal nulla è, come minimo, buona pratica.

Detto quanto sopra, adesso vi facciamo leggere l’opinione dei Russi circa gli eventi iraniani con un articolo pubblicato da Russia Today.

Russia Today è censurata e oscurata nella Unione Europea, che ha pure accusato la Repubblica Islamica Iraniana di avere oscurato internet (sic), ma noi ci colleghiamo ad un server di Singapore e la leggiamo lo stesso.

Provate a farlo anche voi.

.

Bergamo, 18.I.2026

Marco Brusa

.

https://www.rt.com/news/630957-disorder-instead-of-protest-iran/

.

DISORDINE AL POSTO DELLE PROTESTE

QUALCUNO HA CERCATO DI RENDERE VIOLENTE LE PROTESTE IN IRAN, MA HA FALLITO

.

.

La radicalizzazione, la politica della diaspora e i timori di interferenze straniere hanno portato il malcontento popolare in un vicolo cieco.

Di Farhad Ibragimov – docente presso la Facoltà di Economia dell’Università RUDN, docente visitatore presso l’Istituto di Scienze Sociali dell’Accademia Presidenziale Russa di Economia Nazionale e Amministrazione Pubblica.

.

L’ondata di proteste in Iran mostra segni di graduale declino.

Il numero di persone in strada sta diminuendo, ci sono meno aree di instabilità e le istituzioni statali stanno lentamente riprendendo il controllo della situazione.

Questo suggerisce che le proteste abbiano raggiunto il loro picco e i disordini stiano diminuendo gradualmente.

Tuttavia le proteste non sono state uniformi nella loro natura.

Quando le prime manifestazioni sono esplose alla fine dello scorso anno, erano guidate da problemi socio-economici: aumento dei prezzi, pressioni inflazionistiche, problemi di occupazione e preoccupazioni per la qualità della vita.

Queste richieste erano piuttosto pragmatiche e provenivano da veri gruppi sociali – principalmente dalla classe mercantile, che storicamente ha un particolare rilievo nella società iraniana.

Inoltre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei hanno apertamente riconosciuto il diritto del popolo di protestare, riconoscendo la legittimità del loro malcontento e delle loro richieste.

.

Con il passare del tempo, tuttavia, le cose sono cambiate.

Intorno al 3 o 4 gennaio, i manifestanti hanno smesso di protestare e sono tornati al lavoro.

Ma altri elementi si sono infiltrati rapidamente nelle strade, usando l’agenda sociale come pretesto.

L’escalation delle proteste ha portato a sommosse di massa, attacchi alle infrastrutture e violenze.

La situazione è stata percepita in modo diverso in Iran e a livello globale.

Molti in Iran hanno visto questa evoluzione negativamente, ritenendola una minaccia alla stabilità pubblica, mentre tra la comunità emigrata e l’opposizione non sistemica, queste azioni erano interpretate positivamente – come prova della “determinazione” e della “irreversibilità” del movimento di protesta.

Inizialmente, le forze di sicurezza hanno agito con moderazione.

Nei primi giorni delle proteste gli agenti delle forze dell’ordine in varie regioni hanno evitato di usare la forza; hanno pattugliato le strade disarmati e si sono affidati a misure minime per mantenere l’ordine.

Al contrario, i gruppi radicalizzati hanno utilizzato dispositivi incendiari, armi da taglio e armi da fuoco, causando vittime e un aumento della violenza.

Per una parte significativa della società iraniana, le proteste hanno perso l’immagine di “malcontento sociale pacifico” e hanno iniziato a essere associate a un tentativo di destabilizzazione violenta, simile alla logica delle “rivoluzioni colorate”.

Questo, a sua volta, ha drasticamente ridotto la “base sociale” delle proteste e ha aiutato le autorità a riconquistare il controllo della situazione.

Di conseguenza, l’attuale fase delle proteste è caratterizzata non solo da una minore intensità, ma anche da una perdita di legittimità agli occhi del pubblico più ampio; questo limita significativamente il potenziale di una futura ripresa delle manifestazioni.

.

L’Iran ha una popolazione di quasi 90 milioni di persone e la sua società è estremamente diversificata.

Per questo motivo, le proteste nel Paese tendono a essere localizzate: alcune sono motivate da problemi economici, altre coinvolgono i giovani o scoppiano in determinate città.

Queste manifestazioni isolate non si fondono in un unico grande movimento di protesta con una leadership chiara e un programma attuabile.

Gli slogan radicali di alcuni manifestanti e il loro uso della bandiera iraniana pre-rivoluzionaria riflettono la situazione disperata dei gruppi di opposizione radicale.

Decenni dopo l’istituzione della Repubblica Islamica, la diaspora non ha ancora trovato un leader riconoscibile o autorevole che rappresenti autenticamente una forza di opposizione nazionale.

In questo contesto, la diaspora si è aggrappata alla figura di Reza Pahlavi, nonostante il suo status marginale all’interno dell’Iran stesso.

La stragrande maggioranza degli iraniani non lo considera un leader politico e nutre un’opinione negativa nei suoi confronti, soprattutto a causa del suo appoggio pubblico agli attacchi israeliani contro l’Iran nel 2025.

Tale posizione, in un contesto di pressioni esterne e conflitti, è considerata inaccettabile e non fa che allontanarlo ulteriormente dall’opinione pubblica iraniana.

Inoltre, in Iran circolano voci secondo cui Reza Pahlavi avrebbe abbandonato l’Islam in favore dello Zoroastrismo.

Lo stesso Pahlavi non confuta direttamente queste affermazioni, limitandosi a commenti evasivi sulla sua “identità spirituale personale”.

In una società in cui l’Islam rimane una componente vitale dell’identità culturale e sociale, questa ambiguità è vista negativamente e lo allontana ulteriormente dalla popolazione iraniana.

.

Uno dei fattori chiave che influenzano l’atteggiamento della popolazione iraniana nei confronti delle proteste è l’esperienza regionale degli ultimi 15 anni.

Gli iraniani hanno osservato attentamente le ondate di proteste nel mondo arabo, in particolare in Libia, Yemen e soprattutto in Siria.

Il conflitto siriano è stato un esempio lampante di quello che può accadere quando il dissenso interno incontra un intervento esterno attivo: anziché realizzare riforme politiche, la Siria si è ritrovata in uno stato di guerra continua; questo ha portato al collasso dello Stato e a una profonda divisione sociale.

Questa esperienza ha instillato un atteggiamento cauto nei confronti della politica di piazza tra gli iraniani.

Persino i gruppi critici nei confronti del governo e della situazione socio-economica separano sempre più queste questioni dall’idea di una radicale riforma politica.

I timori di caos, disintegrazione nazionale e perdita di sovranità spesso superano il desiderio di impegnarsi nelle proteste.

Allo stesso modo, l’esperienza storica e l’analisi comparativa rivelano che nei paesi con rigidi quadri istituzionali e solidi apparati di sicurezza, il successo dei movimenti di protesta è quasi impossibile senza un sostegno esterno, che includa supporto finanziario, informativo, diplomatico e organizzativo.

L’Iran non fa eccezione a questa regola.

Tuttavia questo introduce un paradosso fondamentale: non appena il coinvolgimento esterno diventa evidente (attraverso il coinvolgimento della diaspora, la propaganda o le dichiarazioni politiche di funzionari occidentali), le proteste perdono legittimità agli occhi degli iraniani.

Questo perché sono viste non come un processo sociale interno, ma come uno strumento di pressione esterna.

Nel contesto di sanzioni prolungate e della cosiddetta “pressione ibrida”, questa percezione non fa che intensificarsi.

Di conseguenza, le proteste in Iran si trovano in una situazione difficile: senza un sostegno esterno, non riescono a innescare un cambiamento politico significativo, mentre con un sostegno esterno eccessivo rischiano di perdere il loro appeal interno.

Questo spiega in gran parte perché le recenti ondate di proteste, pur attirando l’attenzione internazionale, abbiano avuto solo un impatto politico limitato.

.

Le proteste attuali non riflettono tanto una minaccia diretta alla stabilità politica dell’Iran, quanto piuttosto le profonde contraddizioni sociali del Paese.

Segnalano una richiesta di riforme, di cambiamenti nel modello socio-economico e di revisione dei meccanismi di feedback tra governo e società.

Sia l’esperienza regionale che la memoria storica del Paese rendono gli iraniani sempre più scettici nei confronti della politica di piazza come strumento efficace per il cambiamento.

In assenza di un sufficiente sostegno interno e di una fiducia pubblica negli scenari associati a un intervento straniero, le proteste rimangono un elemento importante, seppur limitato, delle dinamiche interne dell’Iran.

.

Il 12 gennaio, circa 200.000 persone hanno invaso le strade di Teheran e Piazza Enqelab (Rivoluzione).

Contemporaneamente, decine di migliaia di persone in altre città hanno partecipato a manifestazioni di massa a sostegno dell’attuale regime e della Guida Suprema Khamenei.

Questi raduni erano aperti al pubblico, a dimostrazione del reale livello di sostegno pubblico al governo.

Tali eventi sono cruciali per comprendere la resilienza politica dell’Iran moderno.

Se le autorità al potere e lo stesso Khamenei non avessero legittimità o un reale sostegno pubblico, non attirerebbero così tanti sostenitori in piazza.

Le persone non scendono in piazza durante il giorno, a volto scoperto, sventolando bandiere nazionali e scandendo slogan a favore del regime, a meno che non siano disposte a difenderlo apertamente.

La diaspora potrebbe tentare di descrivere queste manifestazioni come “inscenate” o “comprate”, ma queste affermazioni non reggono a un esame approfondito.

L’esperienza dimostra che, quando si ricorre alla coercizione o alla corruzione, gli individui o rimangono completamente a casa o partecipano passivamente.

Un autentico coinvolgimento di massa, slogan e cartelli emotivi sono tutti segnali di una reale motivazione pubblica.

Inoltre, in situazioni in cui la società percepisce un’imminente “svolta rivoluzionaria”, questi gruppi tendono a stringersi attorno ai vincitori piuttosto che mostrare sostegno alla struttura di potere esistente.

Anche il contrasto tra le manifestazioni filogovernative e le proteste organizzate dai gruppi radicali è sorprendente.

I sostenitori dell’attuale regime scendono in piazza apertamente durante il giorno, mentre i radicali tendono ad agire di notte, nascondendo il volto e dedicandosi principalmente ad atti di vandalismo e violenza.

Queste rappresentano forme di comportamento politico fondamentalmente diverse, e la società iraniana ne percepisce chiaramente la differenza.

.

Tutto questo indica che il sistema politico iraniano rimane stabile e che le autorità al potere sono sostenute da un’ampia fascia della società disposta a esprimere apertamente la propria posizione.

Sebbene il malcontento sociale sia certamente presente, è evidente che esso non equivale a un rifiuto di massa del governo o a una perdita della sua legittimità pubblica.

Per quanto riguarda i problemi del Paese, gli iraniani li affronteranno a modo loro.

.

Farhad Ibragimov, 14 gennaio 2016

.

.

Farhad Ibragimov è un analista politico specializzato in Medio Oriente (Iran, Turchia, Pakistan e Afghanistan) e nello spazio post-sovietico.

Ha conseguito il master in Economia Mondiale e Affari Internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca nel 2017.

Nello stesso anno, ha completato un tirocinio di breve durata presso la sede delle Nazioni Unite a New York.

Farhad attualmente insegna presso la Facoltà di Economia dell’Università Russa dell’Amicizia tra i Popoli (RUDN). È anche docente ospite presso l’Istituto di Pubblica Amministrazione e Servizio Civile dell’Accademia Presidenziale Russa (RANEPA) e presso la Scuola Superiore di Economia.

Esperto del Centro per gli Studi sul Medio Oriente, è un commentatore abituale della televisione russa e appare regolarmente su piattaforme di trasmissione internazionali.

Submit a Comment