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Bergamo in Comune | Giugno 19, 2021

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TIFO E POLIOMELITE – DDT – EBREI POLACCHI E BIG-PHARMA

Prima Parte

Un punto di vista molto personale…

La storia delle epidemie va molto di moda negli ultimi tempi sul sistema mediatico, ovviamente opportunamente edulcorata e raccontata secondo i sacri crismi del “Politically Correct” e della “Infallibilità della Scienza”.

Quest’ultima intesa non come metodo sperimentale scientifico che instilla continuativamente nuove domande e dubbi, ma come una sottospecie di nuova religione assoluta, indiscutibile e totalitaria (rivelata a pochi eletti nei “Sancta Sanctorum” dei laboratori di ricerca delle grandi case farmaceutiche controllate dalle principali finanziarie globali) e pronta a roghi, anche se solo mediatici, e a, molto più materiali, espulsioni dagli Ordini Professionali di Medici e di Para-medici.

Abbiamo pure constatato come in questi racconti delle epidemie del passato siano quasi sempre presenti un bel po’ di lacune nel raccontare quelle più recenti. A ben pensarci non c’è nulla di strano in questo: a disquisire su eventi remoti come quelli della peste di Atene nell’età di Pericle, o della Morte Nera del XIV secolo è poco probabile urtare gli interessi costituiti delle moderne oligarche e dei loro (+ o -) corrotti lacchè.

Pensate invece cosa potrebbe accadere se qualcuno mettesse in risalto quanto avvenuto in Italia con l’epidemia di colera del lontanissimo (?) 1970, o con l’ecatombe per tifo petecchiale degli Alpini prigionieri di guerra sul Don al disgelo del 1943, o nelle trincee dell’Isonzo tra il 1915 ed il 1917 con un non più quantificabile numero di caduti per tifo e per colera comunque compreso tra i centomila ed i duecentomila (compreso il nonno materno di chi scrive, che si salvò per vero miracolo e che dopo non volle per nessun motivo andare a ritirare la Croce di Cavaliere di Vittorio Veneto: le medaglie gettate con rabbia gridando i nomi dei caduti sulle scale del Campidoglio a Washington dai Vietnam Veterans hanno parecchi precedenti storici)…

Abbiamo pensato di sanare per quanto a noi possibile queste dimenticanze e di raccontare alcuni eventi epidemici che (chissà perché?) non trovano molto spazio sul sistema mediatico. Ad esempio: l’epidemia di tifo petecchiale iniziata in Serbia dopo l’attentato di Serajevo nel 1914 e la storia di Abram Saperstein, meglio noto come dott. Albert Sabin, e del suo vaccino contro la poliomelite.

In questa prima parte disquisiremo della epidemia di tifo petecchiale, di Abram Saperstein e dei Big Pharma nella seconda parte.

L’epidemia di tifo petecchiale si è diffusa in tutta Europa durante la Grande Guerra per poi restare endemica ad Est ed è stata definitamente sconfitta, almeno in Occidente, solo nel 1944/45 in due ben determinati episodi portati a compimento dagli Alleati: l’irrorazione con il DDT di tre milioni di Italiani a Napoli e la distruzione totale per mezzo di carri armati lanciafiamme dopo l’evacuazione degli ultimi superstiti del campo di sterminio di Bergen Belsen in Germania.

È noto come dopo l’attentato di Serajevo l’Austria-Ungheria abbia lanciato quella che pensava sarebbe stata una facile passeggiata militare contro la Serbia ed il Montenegro, senza troppo pensare che i Serbi avrebbero reagito, appunto, da Serbi.

In questo modo l’Imperial-Regia Monarchia ottiene il molto brillante risultato di venire sonoramente sconfitta per tre volte (manco la Buonanima con la Grecia…) e di farsi ricacciare oltre frontiera per più di un anno fino a quando non arrivano i Tedeschi a dare manforte (Caporetto aveva avuto questo suo prodromo con due anni di anticipo, ma sarebbe stata necessaria la presenza di qualcuno molto più capace del general Cadorna per accorgersene). Quanto rimane dell’esercito serbo si ritira attraverso il Cossovo ed il nord dell’Albania fino a Durazzo e a Valona dove viene evacuato da navi italiane e francesi.

I Serbi riescono a fare imbarcare in questi porti oltre ventimila prigionieri austro-ungarici (su settantamila all’inizio della ritirata, una “marcia della morte” in piena regola) le condizioni dei quali non è facile immaginare: basti dire che i militari italiani decidono di trasferirli subito per ragioni di quarantena in un campo di prigionia da allestire all’Asinara dove almeno ottomila muoiono in poco tempo di malattia, mentre i soldati serbi vengono trasferiti, sempre per ragioni di quarantena, in aree remote di Corfù o dell’Algeria e pure essi hanno un tasso di mortalità spaventosamente elevato.

È da notare come la destinazione di tutti questi profughi fosse decisa da subito essere in isole o in zone comunque molto isolate ed è molto significativo che di queste operazioni, in cui i militari italiani dal semplice marinaio al generale che allestisce rapidamente dal nulla e comanda il campo dell’Asinara (forni crematori per i cadaveri inclusi) fanno davvero la parte di “Italiani brava gente”, sul sistema mediatico se ne sia completamente persa la memoria nonostante la documentazione sia ancora in buona parte reperibile negli archivi.

Colera, febbre tifoide e tifo petecchiale si sviluppano in forma di epidemie durante la guerra di Serbia del 1914/15 e da lì si estendono a tutti i fronti e a tutte le popolazioni devastate dalla guerra.

Ad Occidente si riesce a metterli sotto controllo dopo la fine della guerra, mentre ad Oriente soprattutto il tifo petecchiale rimane endemico durante e dopo la Rivoluzione d’ottobre al punto di fare ufficialmente pronunciare a Lenin le seguenti affermazioni durante il Consiglio dei Commissari del Popolo del 5 dicembre 1919: “Compagni, dobbiamo concentrarci per intero su questo problema: o i pidocchi sconfiggono il Socialismo, oppure il Socialismo sconfiggerà i pidocchi (sic)”.

John Reed, autore di “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, è all’età di trentatre anni una vittima illustre del tifo petecchiale in Russia.

Memore della spaventosa mortalità tra i soldati della Grande Guerra e della successiva guerra polacco-sovietica (dove anche Stalin se la cavò piuttosto maluccio) la Polonia di Pilsudski decide di effettuare studi seri sul tifo petecchiale (o “malattia dei soldati” che dir si voglia) e nella città ex-asburgica, multiculturale e completamente ricostruita di Leopoli viene attivato un laboratorio specializzato sotto la guida di prof. Rudolf Weigl, “Volkdeutsche” di madrelingua tedesca e cittadino polacco, con dott. Ludwig Fleck, ebreo polacco pure di madrelingua tedesca, come principale collaboratore. Questi due scienziati riescono a realizzare un vaccino efficace nel corso degli anni ’30, allevando letteralmente pidocchi, la cui sperimentazione è in corso in Cina quando Leopoli viene invasa dai Sovietici prima e dai Tedeschi poi.

Non c’è da stupirsi se questa sperimentazione è effettuata su popolazioni cinesi: è dai tempi primevi di Jenner che gli scienziati, di qualsiasi razza o religione siano, preferiscono fare la sperimentazione dei loro ritrovati su “inferiori” di vario genere. A voler essere pignoli non è esattamente un comportamento molto etico, ma è così: è un dato di fatto.

Quando i Tedeschi arrivano a Leopoli, insieme ai collaborazionisti antisemiti ucraini del criminale di guerra Stepan Bandera (allegramente liquidato nel 1959 a Monaco di Baviera da Nikita Chruščëv con una operazione di “commandos sotto copertura” da fare crepare di invidia i droni ipertecnologici del presidente USA Barak Obama e la cui immagine troneggia oggi in piazza Maidan a Kiev. C’è da preoccuparsi? Sì.) al prof. Weigl viene proposto di trasferirsi a Berlino in una prestigiosa cattedra universitaria (anche lo stesso Chruščëv gli aveva proposto qualcosa di analogo con destinazione Mosca durante l’occupazione sovietica del 1939/41) mentre al dott. Fleck, già licenziato nel 1935 perché anche in Polonia in quegli anni entrano in vigore leggi razziali analoghe a quelle italiane e tedesche, viene riservato un posticino tranquillo nel ghetto degli ebrei in attesa della deportazione ad Aushwitz o a Treblinka.

Per fortuna (per modo di dire) i nazisti non è che siano molto diplomatici e condiscono la proposta al prof. Weidl con la contemporanea fucilazione di un buon numero di suoi amici personali, professori della locale università. Così, tanto per fare un po’ di pulizia etnica cominciando dalla “intellighenzia” polacca.

Weigl decide di collaborare, ma di restare a Leopoli, perché la Wermacht ha davvero bisogno di un vaccino contro il tifo petecchiale e perché, facendo classificare come “cavie umane” alcune migliaia di persone, garantisce loro un lasciapassare permanente e di non essere assassinate o deportate. Questo anche perché nessuna SS, sia pur fanatica fin che si vuole, ha comunque molta voglia di procedere all’arresto (e al relativo contatto fisico) con qualcuno che è certificato, con tanto di documenti ufficiali dell’Oberkommando, essere in costante contatto con pidocchi in tempi di epidemia di tifo petecchiale.

La ricompensa per questo operato al prof. Weigl è l’essere ufficialmente inserito nell’elenco dei collaborazionisti polacchi, ma le autorità della Repubblica Popolare di Polonia (dove si è rifugiato anche se ha avuto l’opportunità di fuggire in Germania, magari in quella di Bonn) pur silurandolo non lo perseguiteranno mai. Muore da tranquillo pensionato molti anni dopo e solo recentemente è stato parzialmente riabilitato.

Dopo le leggi razziali polacche il dott. Ludwig Fleck riesce comunque ad aprire un laboratorio privato dove continua le proprie ricerche sui vaccini e raggiunge una fama talmente buona che, serissimamente, le SS gli propongono, pensate un po’, di andare con moglie e figlio come deportato volontario ad Auschwitz per assumere la posizione di responsabile del locale laboratorio batteriologico (le cavie umane non gli sarebbero certo mancate…). L’alternativa è andare come deportato non volontario, magari direttamente a Treblinka dove non si svolgono selezioni e dove le camere a gas ed i forni sono progettati e costruiti ispirandosi ai macelli industriali per la preparazione dei rinomati wurstel di cui i Germanici vanno tanto fieri.

Fleck accetta.

I nazisti sono contenti del suo lavoro e gli fanno il grande onore di trasferirlo alle stesse condizioni al più prestigioso laboratorio di Buchenwald…

La realtà supera sempre la fantasia.

Anche Fleck riesce a salvare molti suoi compagni di prigionia con un metodo analogo a quello applicato da Weigl, anche se in una situazione infinitamente più pericolosa, e si specializza nel realizzare un vaccino funzionante per le “cavie umane”, salvandole, e un vaccino non molto ben funzionante per gli ospedali della Wermacht.

Tanto gli “scienziati ariani” che lo controllano non ne capiscono un sano (omissis)…

Se qualcuno adesso pensa che questo modo di agire non sia molto “etico”, si faccia prima due anni tra Auschwitz e Buchenwald nelle condizioni reali dell’epoca e poi ne riparliamo.

Fleck viene liberato dagli Americani, viene reintegrato con tutti gli onori in incarichi accademici nella Repubblica Popolare di Polonia e negli anni ’50 espatria in Israele dove è tenuto in caldo per lui un buon posto presso il laboratorio batteriologico statale.

Una digressione a proposito della tragica Ritirata di Russia e dei fanti e degli Alpini presi prigionieri a divisioni intere.

I dati ufficiali dell’Esercito Italiano parlano di quasi ottantacinquemila dispersi in Russia e gli archivi sovietici, resi disponibili dopo il 1989, contabilizzano meno di cinquantacinquemila prigionieri con un tasso di mortalità di oltre l’80%, oltre quarantaquattromila deceduti registrati, la maggior parte dei quali per malattia nel 1943. I prigionieri rientrati in Italia sono stati poco più di diecimila, quasi tutti entro il 1950.

Mancano all’appello circa trentamila uomini del cui destino niente si sa. O meglio, non si conosce il destino esatto dei singoli ma si conosce benissimo cosa è successo loro considerandoli come gruppo: esistono stime basate sui racconti di coloro che riuscirono a tornare su quanti sono morti durante la ritirata e, soprattutto, esistono le testimonianze raccolte da Nuto Revelli decenni dopo di coloro che sopravvissero alla prigionia.

Questi racconti hanno due temi quasi costanti: il primo è che al disgelo nel 1943 nei campi provvisori nella steppa, dove i prigionieri italiani erano ammassati con poco cibo e senza registrazione, scoppiano letali epidemie di tifo petecchiale; il secondo è che quasi tutti i superstiti al rientro in Italia vengono letteralmente assaliti da parenti che chiedono angosciosamente notizie e che si disperano in modo atroce quando vengono informati che il loro Alpino è uno di quelli che non ce l’hanno fatta, ed allora questi superstiti decidono di chiudersi nel silenzio delle loro montagne.

Salvo poi dare testimonianza a Nuto Revelli, uno di loro, oltre trenta anni dopo.

Abbiamo anticipato che questa epidemia di tifo petecchiale, strisciante prima della Grande Guerra e diffusasi esponenzialmente a partire dalla Serbia durante tale guerra è stata terminata in Occidente nel 1944/45.

Dire “terminata” non è sicuramente la parola più corretta, dato che tale malattia non è a tutt’oggi completamente debellata e non si hanno dati certi sulla sua diffusione ad Est durante la Guerra Fredda, però questi due episodi che ora raccontiamo sono senz’altro molto significativi.

Quando gli Alleati arrivano a Napoli nell’ottobre del 1943 la situazione sanitaria è semplicemente pessima, soprattutto a causa dei bombardamenti aerei che hanno ridotto in macerie mezza città e gli sfollati si arrangiano come e dove possono, senza acqua corrente e senza vestiti puliti. Inoltre la città e le zone limitrofe si riempiono di profughi da Cassino, da tutta la restante Linea Gustav ed in seguito da Anzio.

Il risultato è che a dicembre tra la popolazione scoppia (o si trasferisce dall’Est) una epidemia di tifo petecchiale che ha tutte le caratteristiche di volersi espandere come la precedente della Grande Guerra.

Gli Americani non vanno molto per il sottile: prendono tutte le riserve di DDT che hanno a disposizione e con esse irrorano tre milioni di abitanti e di profughi dell’area napoletana. I pidocchi, insieme a mosche, zanzare, scarafaggi e simili, vengono sterminati senza pietà e l’epidemia regredisce più velocemente di quanto non si era prima diffusa.

Grande vittoria del DDT, abbondantemente utilizzato anche nel dopoguerra per eradicare la malaria in Sardegna, nella Bassa Rovigotta e Ferrarese e altrove.

All’epoca i danni “collaterali” del DDT ed il futuro sviluppo di immunità ad esso da parte di molte specie di insetti non sono per nulla conosciuti. Il problema è eradicare una epidemia con tutti i mezzi, anche solo sperimentali, a disposizione e bisogna ammettere che il metodo utilizzato ha funzionato anche se, oggi come oggi, non sarebbe ulteriormente proponibile nel modo  più assoluto.

Quando il British Army arriva al campo di sterminio di Bergen-Belsen nell’aprile del 1945 tra le prime truppe è presente anche un generale comandante dei servizi sanitari, evidentemente gli Alleati avevano già informazioni su quello che avrebbero trovato, e costui scopre presto che il tifo è il meno che si dovrà aspettare.

Gli Inglesi ed i Canadesi fanno arrivare il più velocemente possibile da Londra una forza medica di novantacinque studenti dell’ultimo anno di Medicina perché sono quelli più rapidamente mobilitabili e che vengono spediti con urgenza a Bergen Belsen.

Nel giro di un mese quasi quattordicimila prigionieri appena liberati muoiono comunque di stenti e di tifo.

Anna Frank e quasi tutta la sua famiglia è la vittima più nota del tifo petecchiale in questo campo nel febbraio 1945.

Anche in questo caso il DDT viene abbondantemente utilizzato e anni dopo gli Israeliani scopriranno che tra i superstiti di Belsen andati a vivere in Israele è presente una percentuale significativamente più alta della media di decessi per cancro. A Napoli questa verifica non è stata effettuata (nemmeno a Seveso per la diossina, se vogliamo dirla tutta).

La sola soluzione che i Servizi Sanitari del British Army decidono di applicare per sanificare il campo è quella di bruciare tutto con i lanciafiamme e il 21 maggio 1945 questo viene eseguito. Le cronache raccontano che il primo oggetto ad essere bruciato è un ritratto di Hitler.

Dopo di allora in Europa il tifo petecchiale è rimasto, ed è tutt’ora, presente ma non si sono più riscontrate epidemie significative.

A seguire:

  • Abram Saperstein, meglio noto come dott. Albert Sabin, ed il suo vaccino contro la poliomelite.

  • Le attività dei Big Pharma nella pandemia attuale (un punto di vista molto personale).

Bergamo, 22 aprile 2021

Marco Brusa

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